lunedì 5 settembre 2016

AMORE ASSASSINO

Logline: Lui viene dalla strada e alla strada appartiene, lei vive in un palazzo principesco. Innamorarsi di lei gli sembrerà il modo per elevarsi. Innamorarsi di lui le sembrerà la propria dichiarazione d'indipendenza. Sarà per entrambi destino e condanna.

Sinossi: -Tutto scorre tranquillo e anonimo finché non si fa male qualcuno. Perché di quello che non fa male non ti accorgi nemmeno. Non conta nulla. È come se neanche succedesse. -Allora fammi male,- rispose lei. Edward Masen è un piccolo delinquente, appartenente al clan dei Cullen. Bello come il peccato, forte, sicuro di sé, incurante di valori, morale e principi che non siano quelli della gente della sua risma. Abituato a far rispettare le sue regole con minacce o a suon di pugni, conquista in questo modo il suo posto nel mondo, baciato dalla fortuna, finché il suo cammino non incrocia quello di lei. Isabella è la figlia di Charles Swan, capo del clan opposto. Giovane, viziata e innocente, è diversa da Masen come il fuoco è diverso dall'acqua. Socialmente distanti anni luce, quasi appartenessero a razze diverse, mai avrebbero potuto attrarsi. Ma il proibito si sa, ha sempre un fascino irresistibile, tanto maggiore quanto più è pericoloso. Come nuovi Romeo e Giulietta, amarsi sarà inevitabile.

Rating: rosso

Genere: tragedia.

ATTENZIONE: argomenti forti e linguaggio esplicito.


La prima volta che l'avvicinò fu mentre lei camminava tra i banchi del mercato, strisciando annoiata i piedi sul ciottolato. Uscì da dietro una siepe e le sorrise, toccandole appena un braccio. "Ciao, miss. Buon compleanno in ritardo."
Isabella non si spaventò, anzi si sentì compiaciuta. Sapeva che se gli uomini di suo padre l'avessero pescato a ronzarle intorno gli avrebbero dato una bella lezione, tuttavia lui sfidava la sorte per lei. Era ebbra di ciò. "Come sai del mio compleanno?"
"Uso le orecchie. Parlano tutti da settimane della festa della principessa…" Lui virgolettò l'aria.
Rivedere Edward Masen era quello che si augurava ogni giorno uscendo, da quando cioè lo aveva visto quella prima volta, al ristorante dei genitori di Alice, sua compagna al college. Sedute al tavolo davanti all'ampia vetrata, parlavano e osservavano chi passava. "Chi è quel gran pezzo di maschio?" aveva chiesto all'amica, accortasi di uno che la guardava fisso dall'altro lato della strada, appoggiato al muro con fare indolente.
"Lascialo perdere. È un tipo pericoloso, uno spacciatore e chissà cos'altro…", le si era avvicinata all'orecchio e le aveva sussurrato "È uno dei Cullen." "Oh…" Da allora se lo era visto spuntare spesso nei posti più impensati. Era pericoloso ma era bello. Avrebbe dovuto detestarlo invece le piaceva. Avrebbe dovuto avvisare suo padre invece temeva per lui. Riusciva solo a pensare che lui l'aveva notata, che la guardava, che la seguiva, che la voleva. E che anche lei lo voleva. Era una Swan e fino ad allora ogni capriccio le veniva concesso dal paparino. Non le aveva mai negato niente, ma ora lei voleva Masen ed era un tantino più complicato che dirgli "Sai, ho conosciuto un ragazzo. Me lo prendi papà?". Non era fattibile, e non certo perché le persone non si possono compare, le persone si comprano eccome, Isabella lo sapeva bene, ma perché papà avrebbe indagato su chi fosse quel ragazzo. E una volta scoperto chi fosse… probabilmente glielo avrebbe fatto cementificare.
Charles Swan chiamava i Cullen, "quelli che fanno buono il cemento", Isabella sapeva che non si riferiva alla loro più nota attività lavorativa. Ogni tanto qualche membro di un clan o dell'altro spariva, per un po' si indagava, poi tutto finiva nel dimenticatoio. Mentre le due famiglie continuavano a costruire palazzi e centri commerciali. La ragazza aveva colto una volta una conversazione tra suo padre e Caius, il suo uomo tuttofare. "Tutto sistemato?" stava chiedendo Charles. "Assolutamente," aveva risposto l'altro. "Non ci darà più problemi?" Caius aveva riso con quel suono gutturale, basso, cattivo che la faceva rabbrividire. "Nel cemento è meglio del ferro. Le ossa non fanno ruggine."
Appunto, i Cullen facevano buono il cemento.
Quindi l'unico timore di Isabella era questo, ora. Che le ammazzassero Masen e glielo buttassero nelle fondamenta dell'Oasi, il nuovissimo centro residenziale appena iniziato.
Si diede velocemente un'occhiata intorno, mentre le due donne che erano con lei erano intente a guardare le bancarelle di cianfrusaglie.
"Stasera vengo da te," le disse sorridendo.
"Alla villa?"
Annuì. "Trova il modo per uscire in giardino, nei pressi del cancello di servizio."
"Sei già stato lì?" Chiese, nascondendo la bocca con la mano e fingendo uno sbadiglio.
Lui annuì di nuovo. "Catering," disse semplicemente, continuando a sorridere.
Fu la prima di diverse volte, lei usciva in giardino, inventando qualche scusa su mal di testa o mancanza di sonno. Lo incontrava presso la fila di siepi che nascondeva in parte il cancello, dove lui si fingeva uno del servizio di catering. Avevano previsto tutto, tranne…tutto.
Avevano entrambi motivazioni che cambiarono molto da quelle iniziali, nel giro di poco tempo. Per lei doveva essere una botta di indipendenza da suo padre e dalle sue regole. Per lui era una botta proibita, l'ennesimo colpo del genio del male. Ma mentre si parlavano e si toccavano a malapena, tendendo un occhio al giardino e al buio intorno e un orecchio a qualunque rumore, eccitati e preoccupati, quella botta di curiosità crebbe fino a diventare passione.
Quando si videro quella prima sera, nervosi e impazienti come mai prima, il pericolo percepito acuiva la curiosità di uno e dell'altra.
"Dimmi qualcosa di te che non so," gli chiese.
"Cosa sai di me?"
"Che non dovresti stare qui. E non dovrebbe piacermi così tanto che tu ci stia…"
"Mi piacciono le sfide. Niente mi piace di più di una sfida pericolosa e proibita. Più è difficile, più mi sento vivo." "È così noiosa la vita normale?"
"Tutto scorre tranquillo e anonimo finché non si fa male qualcuno, ci hai mai fatto caso, bambolina? E sai perché?" le chiese sussurrando.
Lei negò col capo.
"Perché di quello che non fa male non ti accorgi nemmeno. Non conta nulla. È come se neanche succedesse."
"Allora fammi male," rispose lei, senza capire cosa davvero intendesse, ma volendo solo che lui la baciasse. E lui lo fece. La baciò passandole dalla bocca lingua, cuore, passione e follia. Poi la trascinò dietro un'alta siepe per aggiungere ai baci mani, gemiti e morsi. E ancora passione e follia.
Tutto iniziò così.

***

Il più grosso dei tre, quello soprannominato il Lupo, glielo spinse dentro con un unico colpo di bacino. Il dolore che gli s'irradiò dalle pelvi lo trapassò fino al cranio dove già gli pulsavano la tempia che aveva ricevuto il primo pugno e la nuca che aveva colpito prima il muro e poi il pavimento. Ma non era abbastanza. Quello si tirò fuori di tutta la lunghezza, poi spinse di nuovo, strappandogli un gemito suo malgrado.
"Frocio, ti piace così, eh? Ti piace violento. Vuoi il sangue, eh? E lo avrai. Vedi chi è la puttana qui? Eh?" Il Lupo continuava ad uscire completamente e spingersi di nuovo fino in fondo. Non si era nemmeno lubrificato con un po' di sputo. Lo dilaniava ad ogni colpo, sembrava si fosse foderato il cazzo con della carta vetro. E se solo 44 fosse stato meno uomo di quanto si sentiva, avrebbe gridato.
"E a cosa ti servirebbe gridare, eh? Comunque non avrebbero compassione di te…" gli diceva lei, serafica.
"Sta' zitta. Zitta!" le urlò.
"Con chi cazzo parli, stronzo, eh?" Il Lupo lo prese per i capelli e gli tenne la testa sollevata dal pavimento, mentre continuava a pompargli dentro come un maledetto. Secco, asciutto.
"Prova tu, oggi non sono in vena," disse poi a uno dei compari, sollevandosi di scatto. Se i muscoli della propria faccia avessero ancora risposto ai comandi, 44 avrebbe riso. Quella bestia era incapace di venirgli dentro. Probabilmente gli piacevano solo i culi femminili, e godeva più nel fargli male che nel penetrarlo.
Lei si avvicinò alla scena a passi lenti, con quel suo brutto vestitino a fiori rosa e azzurri, che tante volte le aveva detto di buttare via. Non c'era verso che gli desse mai retta. Aveva di nuovo bisogno di una lezione. "Stai bene, tesoro?" gli chiese.
"Tesoro un cazzo. Aiutami, troia!"
Lei sorrideva e si allontanava. Ma l'avrebbe pagata, quella stupida. Uh, se l'avrebbe pagata.
E intanto l'altro gli entrò dentro con maggiore violenza e prese a sbatterlo tenendolo per i fianchi. "Crepa, pezzo di merda!" gli diceva, e continuava.
Quando ebbe finito anche l'ultimo dei tre, gli sputò in viso.
"Andiamo ora," disse il Lupo. "Le guardie non ci concedono mai molto tempo…"
Si aggiustarono il cavallo dei pantaloni e chiusero la patta. Il Lupo assestò un calcio potente alle costole dell'ammasso di carne sanguinante che giaceva per terra. Gli altri due gli pulirono i piedi sulla schiena, poi tutti insieme si avvicinarono alla porta.
"Guardia?"
Gli venne aperto e uscirono, tra grasse risate.
"Fine terzo round," recitò a se stesso la vittima. "E la prossima volta provate a fare di meglio," anche se anziché respirare rantolava.
Continuare a vivere in quel modo faceva schifo, provare dolore faceva schifo, essere violentato faceva schifo, ma ne faceva anche morire troppo presto. In fondo si trattava solo di resistere, guadagnare abbastanza tempo per organizzare una reazione e vendicarsi.
"Aiutami a tirarmi su," ordinò alla figuretta pallida e scarna che era tornata nell'angolo, in fondo alla cella. "Mi senti, stupida?"
Ma quella restava immobile, in silenzio, e continuava a guardarlo con quel sorrisino. La odiava.
"Maledetta stronza puttana. Tutta colpa tua. Non sono mai riuscito ad insegnarti le regole del gioco abbastanza da stare in equilibrio. Perché abbastanza non è mai stato abbastanza. Abbastanza sarebbe abbastanza se tu imparassi una sola cazzo di cosa. Ma tu non capisci mai, vero? Sei una bella testa vuota." Le sferrò il primo schiaffo.
"Ti insegnerò ad ubbidire, dovessi ammazzarti, puttana. E ad avere coraggio." Altro schiaffo.
"E a dire la verità a quelle teste di cazzo." Un pugno stavolta, in pieno viso. Perché lei non cadeva? Le tirò un altro cazzotto, sentendo la pelle della mano bruciare e il dolore irradiarsi in tutto il braccio.
"E non sei neanche più tanto bella. Te l'ho già detto, devi mangiare di più. Soldi te ne do abbastanza, mi pare." Ancora un pugno, ma non vide sangue, né lividi. Non piangeva. Non lo pregava nemmeno, come era solita fare, perché? Sembrava morta con gli occhi aperti, non fosse stato che ogni tanto la vedeva battere le palpebre e la sentiva respirare piano, rassegnata.
Girò la testa per non vederla e addormentarsi, col braccio sotto la testa, di nuovo sul pavimento. Ma non si era alzato in piedi? Forse i colpi di quei tre bastardi gli avevano un po' confuso le idee.
Un'ora dopo si svegliò quando sentì aprire la finestrella.
"Tu non mangi stasera, vero? La minestra non ti piace, eh, bastardo?"
Mugugnò una risposta, mentre la finestrella si richiudeva.
Nessuno aveva sentito niente. Nessuno venne a vedere se era ancora vivo. Nessuno a chiedergli se aveva bisogno di andare in infermeria. Meglio così. Là avrebbero potuto torturarlo ancora un po'. Per il quarto round doveva aspettare.
Il carcerato numero 44 si tirò su, stringendo i denti per il male che sentiva in ogni parte del corpo. Dov'era andata quella stronza? Provò a chiamarla ma era sparita.
"Tranquilla che non crepo. E nemmeno mi lamento, come spesso fai tu. Sarai orgogliosa di me, bambolina, vedrai."
Impiegò un tempo infinito ad annodare i lembi della camicia strappata, potendo usare solo la mano sinistra. L'altra formicolava quasi insensibile, e le nocche erano gonfie in modo riconoscibile, come anche il polso. Ne aveva ridotti tanti così, in passato, da sapere che quasi certamente qualche falange era rotta.
"Cagna bastarda," imprecò mentre si lasciava cadere seduto sul cesso nudo e freddo. Il dolore allo sterno gli impediva di appoggiarsi lentamente, probabilmente anche qualche costola era andata.
"Hanno fatto un buon lavoro. Ma io avrei fatto di meglio. Non sarei rimasto vivo."
Mentre pisciava e cercava di respirare più lentamente possibile, tra le proprie gambe aperte intravide colar via il sangue a grosse gocce, rosso, filamentoso.
"Mi hanno proprio rotto il culo, eh?" avrebbe riso, se non fosse stato per quel bastardo dello sterno.
"Dove cazzo sei, troia, eh? Qua serviva un impacco dei tuoi." Ma non avrebbe avuto impacchi, o antidolorifici. O alcol. Sapeva di avere solo un tempo limitato per riprendere a camminare e sedersi a defecare normalmente. Poi gli avrebbero dato un'altra lezione. E sapeva che ogni volta poteva essere l'ultima.
Era solo questione di tempo. Se non voleva morire doveva aspettare, in silenzio. E organizzare una reazione.
E poi comunque morire lo stesso.

"Stuprato, 44? Mi prendi per il culo?" aveva riso il responsabile della sua ala, quando 44 aveva raccontato ciò che gli era successo quella prima mattina, durante l'ora di ginnastica in cortile. Era stato preso, trascinato nel bagno, picchiato e violentato dal gruppo. Era la sua prima volta, e aveva faticato non poco a rialzarsi e trascinarsi nella cella. Sedersi poi era stata una tortura per diversi giorni.
"Non diciamo cazzate, 44. Tu sai bene che si può stuprare solo una donna. E tu non sei forse un uomo?" Gli si era avvicinato al viso, "O invece vuoi dire che tra i tuoi compagni c'è qualche fottuta checca che vuole scopare una merda come te? Dimmelo. Ché qua i froci del cazzo non sono i benvenuti. Vado personalmente ad ammazzarlo col mio manganello. Infilandoglielo nel culo tante volte quanti sono i tuoi anni. 30, giusto? Ti garantisco che crepa. Così imparerete tutti, voi altri fottuti rotti in culo."
E 44 aveva capito che non poteva certo chiedere giustizia o ottenere pietà. In infermeria gli avevano dato una pomata per le emorroidi e una pacca su una spalla.
"Io non ho le emorroidi," aveva provato a dire.
"Quindi non la vuoi la pomata, 44?"
Gliel'aveva strappata dalle mani, "Sì che la voglio." Meglio di niente sarebbe stato sicuro. Poi la pomata gliel'avrebbe spalmata quella stronza. E con movimenti gentili, se non voleva ricevere le stesse attenzioni.

La seconda volta fu più fortunato, lo avevano scopato in piedi, sempre in tre, uno per volta, mentre gli altri due lo tenevano fermo. In piedi i loro cazzi erano arrivati meno in profondità e il dolore era stato minore.
Ma non era scemo, 44, sapeva che prima o poi l'avrebbero ammazzato. E nonostante nei momenti di maggior dolore lo desiderasse, soprattutto gli veniva voglia di provare a ribellarsi, anche solo morderli a sangue, se non poteva usare le braccia perché gliele bloccavano. Ma mordere è un'azione da donna. Come chiedere pietà. E non avrebbe mai potuto comportarsi come una donna, nemmeno in punto di morte. Nemmeno per cercare di evitare di farsi ammazzare. Come lei.
"Tanto forte e altera. Una sfida continua. Che soddisfazioni, la mia bambolina," pensava a volte, tornando indietro nel tempo con la mente.
Fino a una brutta sera, quando no, non era stata più tanto forte e altera. E aveva gridato. Aveva implorato. Lo aveva morso.
Quei ricordi gli scaldavano il sangue e gli gonfiavano il cazzo come nessun'altra immagine. Ogni fottuta volta. Così se lo menava fino a farne schizzare lo sperma sulla parete della cella. Poi restava fermo a guardarlo colare giù fino al pavimento.
Nessuno puliva quelle strisce sulla parete e lui le usava al posto delle pecore. Le contava per addormentarsi. E le sognava.
Nel sonno quelle strisce biancastre diventavano rosse. Erano colpi di cinghia sulla schiena di lei.
"Com'è bella, la mia bambolina, bianca e rossa…"

Appena arrivato in carcere si era fatto un amico, un certo Withlock, dentro per rapina a mano armata. Giovane, biondo, piuttosto gracile, faceva parte di una banda di idioti che lo aveva lasciato ferito sul marciapiede, scappando all'arrivo della polizia.
"E non abbiamo rubato un cazzo, alla fine," gli aveva detto un giorno, ridendo. "Avevo una pistola vecchia e difettosa, non sparava nemmeno se pregavi la Madonna. Quel cazzo di giorno il colpo è partito per sbaglio. Come cazzo ha fatto a centrare il proprietario del supermercato, lo devo ancora capire…"
44 aveva riso, "Una bella sfiga, amico."
"Già. Tu invece sei qui per…?"
"Omicidio, dicono. Ma non è vero." Non aveva dato ulteriori informazioni. Non poteva spiegare che aveva una troia di donna che lo aveva fatto condannare fingendosi morta. Un uomo che non riesce ad addestrare una puttana sarebbe stato disprezzato.
E qualche giorno dopo ebbe conferma della sua supposizione.
"Ehi, stronzo." Il Lupo lo aveva apostrofato, spintonandolo con una spallata, in cortile.
"Qualche problema?"
"Sì, tu. Non mi piacciono i pezzi di merda. Puzzano." I due compagni con lui avevano riso e annuito. Withlock si era avvicinato per difenderlo. "Tre contro uno, amico, non è proprio una gran mossa…"
"Tu difendi questo pezzo di merda? Puzzi come lui pure tu? Lo sai che ha fatto?"
Withlock negò con il capo e i tre si allontanarono con lui, parlandogli. Ovviamente gli raccontarono i cazzi suoi. E 44 non ebbe più nessun amico.

"Dove sei, bambolina?" La chiamò quella notte, più volte, ma lei non ebbe pietà, come quando era troppo ubriaco e gli si nascondeva, per non dover litigare. Non gli si avvicinò.
"Vieni qui. Non farmi incazzare, brutta puttana!"
Nessuna risposta.
"Lo sai che se mi costringi a venire a cercarti e poi ti trovo, è peggio…" "E sai anche che ti trovo…" "Dove ti sei cacciata, bambolina?"
Un rumore di ferraglia proveniente dalla porta della cella lo interruppe. Era tornata? Si tirò su a fatica dalla branda dove si era buttato di traverso.
"Smettila di sbraitare, matto!" Gli gridò la guardia.
"Dov'è lei? È con te?"
Dal corridoio arrivarono solo risate. Era tanto difficile rispondere e dirgli dove cazzo fosse finita quella stupida? Chi fosse il matto non lo capiva proprio.
Calciò via le scarpe e rimase a pancia in giù, per muoversi il meno possibile e cercare di dormire.

Due anni prima

"Non dovremmo essere qui. Se ci beccano lo sai che non ne usciamo vivi, amico."
"Smettila di pisciarti sotto, Topo. Non ci beccheranno."
Due loschi figuri erano appostati davanti al parco degli Swan, intenti ad osservare l'andirivieni degli invitati al party nella villa di Charles Swan.
Era sempre la stessa storia, Edward Masen se la rideva a sfidare i bastardi avversari, mentre Emmett, il suo compare, aveva una paura fottuta.
Era probabilmente per questo che il capo del clan gli aveva preferito Edward da sempre, anche se era più giovane. E Carlisle Cullen non era uomo che sbagliasse nella scelta del personale, o in qualunque altra scelta… Per i suoi traffici serviva gente con sangue freddo, coraggio da vendere, pochi principi e nessuna coscienza, tutti requisiti spiccatamente presenti nel giovane Masen. Grazie a quei requisiti il 'ragazzo' aveva fatto 'carriera' in fretta e oggi era conosciuto, temuto e rispettato. Soprattutto rispettato. Perché se non lo rispettavi eri un uomo morto, o una donna morta. Se ne fregava che il nemico avesse palle oppure tette. Se era necessario lo faceva fuori, in ogni modo occorresse, che fosse uomo, donna, vecchio, bambino. Non aveva morale, eseguiva gli ordini e non faceva domande. Sapeva mentire, fingersi amico all'occorrenza, rubare, bere l'inverosimile senza ubriacarsi, maneggiare armi, menare le mani in modo molto convincente, districarsi in ogni situazione. E appunto, sapeva uccidere. In fretta, senza lasciare tracce né testimoni.
Le uniche leggi che riconosceva come valide e applicava erano quelle del clan e le aveva imparate fin da piccolo, rapito chissà dove e addestrato dallo 'zio' Black, che era zio solo perché si faceva chiamare così. Gli aveva insegnato come si diventava uomini, forti e sicuri.
"Se non hai parenti non sei ricattabile, non sei sentimentale. Il clan sarà la tua famiglia, da oggi fino alla tua morte. Non c'è altro da sapere," gli aveva detto, e Masen aveva imparato in fretta, assetato di approvazione e ambizioso in modo feroce. Tutto andava fatto solo in un modo secondo lui: il meglio possibile. E quando, raramente, non riusciva subito, si esercitava fino a diventare comunque il migliore di tutti. Al tirassegno era un fottuto drago, a pugni era velocissimo e brutale, a risolvere rompicapi e grattacapi un genio del male. Intelligente, brillante e pure divertente. Nel giro di pochi anni, appena uscito dall'adolescenza, era diventato il braccio destro del braccio destro del vecchio Cullen. Uno di cui ci si poteva fidare: per far comprendere ordini, per punire imbarazzanti ammutinamenti, per istruire recalcitranti puttane. Osservava, ascoltava, registrava, riferiva. Poi eseguiva. Una macchina perfetta. Black era orgoglioso del suo pupillo e Cullen certo della sua fedeltà. "Un cane randagio appartiene alla mano che lo nutre."
Eppure, nonostante fosse stato privato della famiglia e della libertà di scelta, Edward non si sentiva affatto una vittima. Piuttosto considerava se stesso un prescelto, un fortunato, per essere stato prelevato da una vita anonima ed essere stato forgiato tra i forti, i cosiddetti vincenti. Era un felice rappresentante della filosofia e della politica malavitose. "Un motore senza olio non gira, grippa," gli piaceva dire. La vita era il motore e i soldi lo facevano girare, lui e il clan erano l'olio. Necessari, fondamentali. E davvero non c'era altro da sapere.
Una sera in cui Edward e Emmett erano insieme in libera uscita, annoiati a morte dai soliti locali frequentati quotidianamente per lavoro, al primo venne in mente di sfidare la sorte. "Andiamo in bocca al cane?" aveva chiesto con un ghigno, passando il whiskey liscio all'amico.
L'altro aveva inghiottito la paura insieme al malto prima di rispondere. Ed erano partiti, diretti al Dark Shadows, frequentato da chiunque nella zona avesse voglia di giocare forte e un portafoglio all'altezza di quella voglia. Ovviamente era anche la patria delle ballerine più belle e dei peggiori pezzi di merda della società. E altrettanto ovviamente era controllato dal clan opposto ai Cullen, gli Swan. Le facce dei due non erano conosciute e fintanto che avessero tenuto un profilo basso non sarebbero stati notati e smascherati, ma Emmett temeva che l'amico avrebbe tirato fuori qualche magia delle sue al gioco d'azzardo. E da quelle parti non esisteva nessuno abile nel gioco che non frequentasse il Dark Shadows; nel momento in cui fosse stata scoperta l'abilità di Masen sarebbe stato chiaro chi cazzo fossero e da quale buco di culo venissero. E il gioco di Masen era più garante di una firma.
"Non fare cazzate o questi ci fanno il culo."
"Ma figurati. Non mi conosci se pensi che qualcuno possa farmi il culo."
Siamo fottuti, pensò Emmett, ma tacque.
Invece quella sera andò bene. Giocarono alle slot machine, guardarono lo spettacolo delle lap dancer, bevvero. Edward si tenne lontano dal tavolo da gioco e nessuno si accorse di loro. Ma lui invece annotò mentalmente qualunque cosa, abituato com'era a farlo in ogni situazione. Chi c'era, chi entrava, chi usciva, chi beveva, come uno scanner. Fu mentre scannerizzava tutto che la vide. Al braccio del padre, come in un film del fottuto '800, dal piano superiore scendeva le scale del Dark Shadows Isabella Swan, la piccola, bruna, acerba bellezza del sud. E vederla fu desiderarla. E desiderarla fu decidere di averla.
"Hai visto che figa?"
"Chi, la Swan?" Alzò un sopracciglio come per dire 'chicazzoaltro'.
"Sei pazzo."
"Stai di nuovo squittendo. Mi annoi. Io faccio quello che mi pare, a meno che non sia il Boss a vietarmelo."
Cullen invece rise forte quando Masen gli disse il nome della pollastra che voleva acchiappare. "E bravo il mio Leone… Ti è appena spuntata la criniera e già vuoi compiere grandi imprese?"
"Prendersi una donna non è mai stata una grande impresa..."
"Sì se si tratta della figlia di Swan. Sarà guerra, Masen. Ma hai il mio permesso, e questo perché i tempi sono ormai maturi per prenderci anche la sua fetta di mercato. Il secondo posto mi va stretto."
Il giorno dopo Edward era appoggiato al muro di fronte al ristorante dell'amica di Isabella. E sorrise soddisfatto quando lei si accorse di lui.

Pochi giorni dopo erano davanti a Villa Swan, nientemeno che ad osservare con un binocolo gli invitati alla festa di compleanno della principessina imperiale, stando arrampicati sugli alberi, come fottute scimmie.
Quando la vide passare nel giardino, in mezzo agli amici, gli sembrò una cometa: aveva un vestito di lamé con lo strascico, una cascata di capelli scuri, le gambe lunghe e una bocca rossa da regina del pompino. Era nata per lui. Fece per scendere.
"Dove cazzo vai?"
"A farle gli auguri, no?"
Emmett alzò gli occhi al cielo. "Con tutta la figa disponibile sul mercato con gioia senza manco chiedere, tu vuoi proprio la più rognosa?"
"Esatto. La figa nei paraggi l'ho già assaggiata tutta e varie volte. Voglio roba nuova."
"A te piacciono le donne, quella è una ragazzina…"
"Naa. È una donna, guarda là. E magari è ancora vergine. Presto lo saprò con certezza."
"Rischi di essere ammazzato solo perché hai alzato gli occhi su di lei."
"Ma figurati. Hai sentito il Boss? L'impero di Swan ha le ore contate, ormai. E nel casino che ne seguirà io salverò la povera piccola principessa."
"Salverai?"
"Certo, armato di spada." E così dicendo si afferrò il pacco ingabbiato nei jeans neri aderenti.
Emmett rise cercando di non fare troppo rumore. "Resta qui, Romeo. Studieremo un altro modo per avvicinarla."
Non fu troppo difficile farlo. Nel tempo libero Edward prese a seguire le mosse della Swan e annotò mentalmente qualunque faccia fosse solita accompagnarla. Intanto faceva in modo di comparirle fugacemente davanti, qua e là, quando la beccava sola, perché si sentisse come il pesciolino braccato dallo squalo. Le girava intorno, in tondo, spesso, il linguaggio del corpo che diceva "presto sarai mia, non hai scampo".
 L'uomo fidato di Swan accompagnava la principessina a scuola ogni giorno, ma solo fino all'entrata, nessuno immaginò che i Cullen fossero divenuti tanto sfrontati da infiltrarsi all'interno della scuola stessa. Invece Edward e Emmett erano lì, tra i nuovi addetti al servizio mensa.
La sfida divenne sempre più elettrizzante per il giovane Masen: spacciare direttamente nella zona degli Swan, andare dietro nientemeno che alla figlia, farla innamorare di sé. Era convinto di essere più scaltro di chiunque altro, e per un bel po' il destino gli diede ragione.
Stare con lei era divertente. Era bella, calda, seducente, lo faceva impazzire quando arrossiva timida, mentre lui allungava le mani a titillarle i capezzoli che si indurivano sotto la maglia leggera.
"Sei bellissima. Una vera bambolina."
Lei sorrideva, felice e innamorata come la sciocca ragazzina che era.
Un pomeriggio nel trasferimento tra le aule la pioggia la sorprese mentre attraversava il campus correndo insieme a Alice. Lo vide appostato dietro un albero e spedì avanti l'amica, desiderando fermarsi con lui. "Va' Alice! Devo tornare indietro a prendere una cosa che ho dimenticato."
"Ti bagnerai. Non puoi prenderla dopo?"
"Non fa niente. Non preoccuparti. Mi serve. Va'"
Alice fece spallucce e se ne andò, mentre Isabella tornava indietro e si infilava dietro il grosso albero, con lui. "Che ci fai qui?"
"Aspettavo te. Vieni via con me?"
"Certo."
Edward la prese per mano e la condusse fino al capanno. Era il ricovero attrezzi del giardiniere. Con una spallata spalancò l'uscio e la spinse dentro, al buio. Poi bloccò la porta spingendovi contro il tosaerba. Si girò a guardarla, nella fioca luce che filtrava dalle tante fessure. Era bella davvero, con i capelli mossi raggruppati a ciocche bagnate, la camicia di jeans appiccicata addosso e il petto che si sollevava affannato. La bocca rossa socchiusa e gli occhi spalancati e spaventati.
"Hai paura di me?" Le chiese mentre le si avvicinava.
"No," mentì lei. Aveva paura eccome, di quell'uomo tanto più grande di lei, tanto più esperto, tanto più alto, grosso, pericoloso, delinquente, poco sorridente. "Mi farai male?"
"Solo un po', bambolina. Ma vedrai, dopo poco ti piacerà."
"Potrebbero sentirci…" si guardava intorno cercando una possibile via d'uscita, ma non ce n'erano.
"La pioggia coprirà i tuoi gemiti, tesoro…"
"Ci cercheranno…" mentre lui ormai le aveva passato una mano dietro la nuca e la spingeva inesorabile contro la propria bocca. "Calmati. Andrà tutto bene…" era così divertente quella bambolina tutta occhi e ansiti. La baciò avvolgendola completamente, lo squalo aveva catturato il pesciolino. Le risucchiò la bocca nella bocca, la lingua s'impadronì della lingua e la saliva si fuse con la saliva. Lei si sentì posseduta e si arrese dolcemente, inebriata da tanta passione e arroventata dal suo calore maschile. Le mani di lui erano sotto la sua camicia, dietro la sua testa, sulla schiena, dietro al suo culo, intorno al suo viso. Lui era ovunque. C'era solo lui e nient'altro esisteva. Nemmeno si accorse di quando le sfilò i jeans bagnati o aprì i propri. Ad un certo punto sentì solo il fresco dell'aria sui seni scoperti e sentì il pavimento duro dietro la schiena. Poi tutti i sensi furono azzerati dalla fiamma che la divorava tra le gambe, mentre lui si faceva strada sopra di lei, tenendosi sulle forti braccia per non schiacciarla troppo.
In quel luogo triste, senza tappeti, broccati, pellicce e baldacchini, ma piuttosto sull'impiantito di legno sporco di erba e fango, lui si prese la sua verginità con poche spinte e appena qualche carezza successiva. "E brava la mia bambolina…" Le passò uno straccio che era poggiato sul decespugliatore, perché si ripulisse dal sangue e dallo sperma che le colava tra le cosce. Si rivestirono in silenzio.
"Per tornare indietro devi passare dalla strada qui dietro," le disse asciutto, spostando il tosaerba per aprire la porta.
"Non mi accompagni?"
"Eri tu preoccupata che qualcuno ci vedesse, no?"
Ora era sua, tanti sorrisi non servivano più.

Quando gli Swan cercarono la causa dei diminuiti guadagni nel traffico degli stupefacenti, si resero certamente conto che proporzionalmente aumentavano quelli del clan opposto, ma non pensarono certo di cercare tra le amicizie di Isabella, e lei era già troppo coinvolta emotivamente per pensare di star "tradendo" il proprio padre.
Masen intanto diveniva via via più chiuso, meno simpatico, possessivo, egoista, irascibile, ma lei non colse quei segnali, scambiandoli per stress da troppo lavoro e troppa responsabilità, unito ad un sempre crescente interesse nei propri confronti. Non lo giudicava insopportabilmente geloso, ma semplicemente molto stanco e molto innamorato di lei.
Iniziarono i primi schiaffi, quando la gonna era troppo corta o il rossetto troppo acceso. Lei ne comprò più lunghe e meno rossi.
Qualche minaccia quando voleva passare del tempo con Alice che non vedeva quasi più. Lasciò perdere, pensando che lui la voleva tutta per sé, e inebriandosi di quel folle amore. Smisero di frequentare altri oltre loro due. Isabella non vide nemmeno più Emmett, ma ancora non capì.
Infine lui le chiese di sposarlo, senza farne parola a nessuno, scappando come due clandestini. "Tuo padre non mi accetterebbe mai. Se mi vuoi bene davvero, farai come dico." E lei lo fece.
Divenne Isabella Masen una sfortunata mattina di novembre, neanche un anno dopo averlo conosciuto. Nel frattempo Black era succeduto a Carlisle nel clan, ed Edward era divenuto il suo braccio destro. I traffici sempre più vantaggiosi lo portavano spesso lontano da casa, e quando tornava era sempre più arrabbiato, convinto che lei meditasse di tradirlo, o consegnarlo alle autorità, o peggio al proprio padre. Iniziò a bere troppo, ad abbandonarsi ad ogni tipo di vizio e il suo temperamento violento peggiorò. Isabella iniziò ad avere paura di sbagliare qualunque cosa. Lui la picchiava sistematicamente, per qualunque sciocchezza, perché non rispondeva al telefono abbastanza velocemente, perché sorrideva a una vicina, perché metteva troppo sale o poco sale nella minestra, perché era distratta, perché era troppo magra. Poi la curava e la metteva a letto scusandosi per i lividi.
"Perché mi fai fare questo? Credi che sia divertente per me? Io ti amo. Non vorrei farlo, ma mi costringi. Devi essere più ordinata, Isabella. Devi fare più attenzione. Devi avere più precisione e puntualità."
 Dell'uomo bello e divertente di cui si era innamorata non era rimasto più nulla e Isabella, sempre più infelice e sempre più spaventata, si sentiva sempre più in colpa.
Un giorno prese coraggio e telefonò a suo padre, che non aveva più visto né sentito da prima del suo matrimonio.
"Papà?"
"Chi é?"
"Sono Isabella," le tremava la voce.
"Non ho più una figlia che risponda a questo nome." Riattaccò.
Isabella pianse fino a non avere più lacrime e quella sera nemmeno mise su la cena. Quando Edward rincasò fu molto contrariato di doverla punire di nuovo per la sua disattenzione agli orari. Non imparava mai, si lamentava lui mentre la colpiva. Aveva sposato una povera stupida che non era nemmeno più così bella com'era all'inizio.
Per giunta i vicini avevano cominciato a sentirli, a parlare di loro. "Li senti? Ridono di noi! Per colpa tua mi sto coprendo di ridicolo." La rimproverò una sera, all'ennesimo scoppio d'ira. Isabella non sentiva nulla perché le voci che Edward udiva erano tutte nella sua testa. "Stupida donna inutile e sorda!"
Andò sempre peggio. Fino a quando un giorno i vicini sentirono davvero colpi e grida e chiamarono la polizia.
Edward venne trovato in stato confusionale e fu incarcerato, mentre Isabella venne ricoverata d'urgenza in ospedale, dove i medici disperavano di salvarla. Aveva varie fratture e un'emorragia in corso. Era incinta del suo aguzzino.

***

"Non uscirai mai di qui, non sperarci nemmeno." Il Lupo rise.
"Ti sbagli. I miei avvocati ricorreranno in appello."
"Ha ragione, però. Un giorno uscirà," rise sguaiato un altro. "Certo. In posizione orizzontale definitiva. Dentro una cassa." Rise anche l'ultimo dei tre.
Edward detestava che si ridesse di lui, ma non è che potesse fare granché, immobilizzato di nuovo nella propria cella, alla mercé di quei tre stronzi.
"Black ti ha venduto, sacco di merda," gli spiegò il Lupo, avvicinandoglisi naso contro naso.
"Black non mi venderebbe mai. Sono come un figlio per lui."
"Appunto. Un figlio per una figlia. Occhio per occhio, dente per dente."
Appunto un cazzo, avrebbe voluto gridare, ma gli misero uno straccio in bocca e glielo nastrarono perché non uscisse. Non si erano mai comportati così, prima. Forse era arrivata la sua ora? E quella stupida puttana dov'era?
Poi la vide, nel suo solito angolino, muta, nel suo schifoso vestitino a fiorellini. "Tutta la mia fortuna è finita quando ti ho incontrata, maledetta troia che non sei altro." Ma le parole gli si persero nello straccio.
"C'è stato un cambio qua dentro. È arrivato un nuovo direttore del cazzo. Volevamo lasciarti vivo più a lungo. Gli ordini erano di lasciarti campare e soffrire per tanto tempo quanto tu hai lasciato viva lei. Ma il bastardo nuovo arrivato potrebbe non essere d'accordo sulla nostra ineccepibile idea di giustizia. Quindi…" condì il discorso con una sonora bestemmia, "dovremo accelerare i tempi. Bastardo fortunato, creperai con qualche mese di anticipo. Oh…" finse di controllare la data sul proprio orologio, "proprio oggi, guarda un po', nel giorno del compleanno di Isabella… Quando il caso dice la coincidenza, eh?"
Risero di nuovo tutti. Scosse la testa perché non voleva lo straccio. Mica aveva paura! Non avrebbe mai gridato. Mai. Nemmeno se gli avessero strappato le unghie e cavato gli occhi.
"Qualcosa non ti piace? Bé, a me non piace la tua voce del cazzo, chiaro?" Gli disse il Lupo nell'orecchio.
 Ricominciò il solito pestaggio con stupro. Lo prendevano a calci e pugni finché non sveniva, poi lo svegliavano con una secchiata d'acqua perché fosse cosciente mentre lo squartavano.
Quando ebbero finito lo incaprettarono per bene e lo trascinarono fino alla brandina, lo alzarono e ce lo depositarono sopra come un pacco. Poi, finalmente, se ne andarono.
Edward respirava a stento, sentendo male ovunque e non potendo nemmeno chiamare aiuto. Capì che sarebbe morto e girò appena gli occhi a cercare con lo sguardo la sua Isabella nel solito angolino.
Sorrise. Lei era là. Lo stava aspettando, docile e remissiva, come sempre. "Arrivo, bambolina. Ti amo. Buon compleanno."

*

31 commenti:

  1. Scritta sicuramente bene, ma purtroppo non è il mio genere e ho faticato tantissimo a leggerla... molto forte, troppo forte... senza uno spiraglio di speranza ma solo pura follia.
    Se devo giudicare la scrittura devo dire che è perfetta perchè (purtroppo) mi sono immedesimata benissimo nelle situazioni, ma se devo giudicare la trama... purtroppo non mi è piaciuta! Mi dispiace!

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  2. Una dark fanfiction!!! Originale l'idea, anche se il genere così "duro" è forse poco adatto ad un contest...ma la passione è sempre passione in ogni sua forma, no?
    Edward parte come un bullo di strada, tronfio e vanaglorioso, poi ti aspetti che maturi e cresca, invece sopraggiunge la violenza e forse la malattia? (Sembra schizofrenico da un certo punto della storia...) e Bella invece all'inizio è una principessina sulle nuvole, poi si trasforma in una ameba masochista... (Ma purtroppo spesso succede davvero così alle donne abusate...)
    Be', leggerti mette un po' d'ansia e ti fa dire "no" mentre la storia scorre, per cui, l'obiettivo del trasmettere passione e sentimento (anche solo di odio!) è assolutamente centrato.
    Grazie.

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  3. Ho avuto bisogno di pensare a che commento lasciare a questa storia, perché appena l'ho letta non sapevo che effetto mi avesse fatto. Non mi aspettavo una ff Dark e mai mi sarei aspettata una cosa così "cruda". Il genere non mi dispiace (è la prima volta che leggo una cosa simile) e la storia è scritta davvero molto bene. Per come sono fatta avrei voluto qualche risposta in più, sul perché Edward di comporta così (schizofrenia come dice Christine? Oppure riguarda la sua infanzia?) e qualche info di più su Bella (Perché accetta tutto?) per permettermi di entrare di più nella storia, di immedesimarmi nei personaggi. Comunque: la storia, nella sua "follia" mi è piaciuta e se scriverai altro di questo genere sarò ben felice di leggerla. Grazie di aver condiviso con noi la tua storia

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  4. non mi aspettavo una storia dark ...sinceramente io a prezzo il genere... ma ho faticato a leggerla, non mi è piaciuta! mi dispiace!... non ci sono indicazioni di Bella....è viva o morta? jakob l'ha vendicata perchè ha scoperto tutto?....perchè Bella ha tradito il padre così facilmente?...ho percepito la pazzia di Masen con il quale è stato ripagato...chi erano lupo e gli altri due??

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  5. Una dark ff troppo dura. Anche io la trovo poco adatta al contest. Ma forse sono i miei gusti. C'è qualche passaggio poco chiaro, forse i personaggi meritavano più spiegazioni per arrivare a capire il loro lato nero. Mi accodo agli altri commenti. Scusa ma non mi è piaciuta. Qualche errore grammaticale. Sorveglia l'uso dei pronomi, gli/le.
    JoTyler

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  6. Chiedo scusa all'autrice per il commento precedente. Quello dei pronomi non era riferito alla sua storia. Qui c'è un solo refuso (compare per comprare) da quel che mi risulta. Pardon! Succede quando leggi tutto il contest in una sera-notte e prendi appunti su uno scontrino...
    JoTyler

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  7. Oddio, che storia drammatica e senza speranza! Hai descritto benissimo questi personaggi tristi e senza perdono, incapaci di amare ma solo di possedere, traviati fin da piccoli dall'ambiente in cui crescono, indipendentemente dalla ricchezza. Una storia dove i sentimenti annegano nel dramma e nella follia. Una storia dura, durissma. Ben scritta ma acida come il vetriolo. Ovviamente era l'effetto che cercavi, quindi anche se io sono più tipo da principesse e unicorni, ti dico brava.

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  8. Storia durissima...probabilmente un po' troppo per me.
    Ho faticato davvero tantissimo a leggerla perché le sensazioni che mi facevano provare alcune scene e parole erano troppo dolorose per me..scritta molto molto bene ma ho una sensazione dentro non piacevole. E questo è ovvio che è un mio limite, non certo di chi ha saputo scrivere una storia così.

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  9. Storia veramente drammatica, scritta in modo da non addolcire il male ma presentandolo in tutta la sua crudezza. è la prima storia in cui vedo un Edward crudele che non mi disturba, d solito mi da fastidio associare al personaggio di "Edward" un carattere spietato, senza possibilità di redenzione. Ciò significa che sei stata veramente bravissima a caratterizzarlo, facendo emergere sfaccettature della sua personalità che lo rendono più "umano" possibile.
    Complimenti!
    Aleuname

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  10. Un pugno nello stomaco, ma affascinante. Non si riesce a smettere di leggere anche se si sa che ci si farà del male. Per il rapporto malato che conduce all’autodistruzione dei due protagonisti, per la forza e nello stesso tempo la violenza del loro legame questa storia mi fa pensare a “Wuthering heights”. Nessuno è innocente e nello stesso tempo sono tutti delle vittime. Edward nella sua fame di affermazione, nella sua volontà di essere il più scaltro, il migliore, nella sua determinazione ad ottenere quello che sembra essere fuori della sua portata sceglie Bella perché è il frutto proibito, la mela troppo alta sul ramo a cui i raccoglitori non possono arrivare. Ma Edward non sa che cos’è l’amore, non ha conosciuto una famiglia e probabilmente non crede di essere degno della “principessa” e le sue insicurezze, magari alimentate dall’alcol e da stupefacenti, creano nella sua mente un mondo di fantasmi che lo spingono a degradarla, a farle del male, senza che nessuno si accorga che sta scivolando nella patologia, nella follia allucinata a causa della quale le lancia accuse prive di fondamento. D’altra parte Bella a sua volta lo ha scelto perchè era l’unico “giocattolo” che non le sarebbe stato concesso, bimba capricciosa e immatura che si innamora del sogno e dell’avventura e che troppo tardi (novella Isabel Archer) si accorge di aver davanti una persona instabile, malata, un vero mostro; è troppo giovane ed inesperta per aiutare lui o se stessa, l’unica soluzione è cercare l’appoggio di un padre che la disconosce. L’epilogo è terribile. Gli stupri continui e i pestaggi non sono giusta retribuzione (soprattutto se determinati da un padre che nel momento del bisogno si è voltato da un’altra parte), né un’occasione di redenzione per un Edward ormai scivolato nella follia che solo nella morte riesce a ritrovare la purezza del sentimento provato per la sua vittima. Forse solo la morte gli restituisce una briciola di umanità, ma a me che leggo non resta che piangere perché nessuna giustizia è stata fatta e rimane solo l’amarezza per delle giovani vite spezzate.

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  11. Finalmente è morta!!! Come sono felice ahahahah. A parte gli scherzi, mi piaciuta tantissimo questa storia, così diversa da tutte quelle che si trovano in giro: amore, tesoro, staremo sempre insieme e scoperemo come conigli e ciccì e pucci pucci... e pure che palle, sempre le stesse cose! Grazie per questa storia così cupa, sporca e meravigliosa, così soffocante ma che fa respirare aria senza miele. Inoltre scritta divinamente... tanto che forse so chi sei. Grande come sempre!

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  12. WOW
    che dire... che già non ti abbia detto?
    Ah sì, una cosa c'è da dire:
    MA LO DOVEVI FAR PROPRIO MORIREEEEEEEEEEEEEEEEE?!?
    C'eravamo quasi, questo contest stava passando incolume e invece niente, l'hai dovuto far morire.
    Capisco anche che morire in questo caso è meglio che vivere... no dico, che vita...
    Come sempre i miei complimenti, non ti smentisci mai.
    Grazie

    JB

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  13. A me sta storia è piaciuta da morì!! Lui poi è favoloso!
    E' la storia di un tormento che culmina come deve culminare, c'è poco da fa. Mi ha straziato e trascinato giù con lui. Sei la maga delle parole e questa tua immersione nel dark più pitch, cosa pericolosissima, non fa altro che esaltare le tue qualità. Mi piacerebbe leggere ancora roba tua sul genere. Sono stufa di leggere cose cosiddette oscure che poi non lo sono affatto, questa storia qui soddisfa le mie necessità: è cruda, pura, ferisce e pizzica per sempre.
    Però, anche li mortacci tua! ahahahahahahahahhaah!
    Mi inchino a cotanta bravura.

    Sparv

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  14. Cara autrice,
    stavo per accingermi a votare e, siccome di solito metto il voto sotto il mio commento, sono andata a cercarlo e... Non lo trovo più!!! Mi dispiace perché non ricordo cosa avessi scritto ma, commentando a caldo, dovrei averti fatto tanti meritatissimi complimenti per questa storia e soprattutto per i personaggi. Te li rinnovo adesso, sperando che non spariscano di nuovo, e ti assegno 3 punti.
    Bravissima,
    Aleuname.

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  15. 3 punti - rimane la storia che mi ha catturata e sconvolta di più.

    Sparv

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  16. Io mi scuso tantissimo con l'autrice ma davvero non riesco ad apprezzare questo genere. Per me è troppo. Però riconosco che la storia sia scritta davvero bene, forse è quella scritta meglio in questo contest ed è comunque molto coinvolgente. Grazie comunque per avermi aperto nuovi orizzonti, magari in futuro riuscirò ad apprezzare il genere, non demordo!

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  17. E mi inchino alla creativa dell'autrice che, per come è scritta la storia, credo di sapere chi sia nonostante abbia cambiato drasticamente il genere a cui ci aveva abituato. Brava... brava... brava. Trovo grandioso il coraggio di osare quel qualcosa che vada oltre il solito narrato. La crudezza della realtà in cui sono relegati i personaggi non poteva che portare a questi estremi, la morte per entrambi, intendo...
    Mi rivolgo a chi ha polemizzato con lo stupro ne "El Diablo"... puttana Eva... lo stupro sta pure qui... e molto, molto, molto più violento dell'altra storia. Però nessuno lo ha criticato. Forse una violenza ai danni di un uomo è di minor effetto che ai danni di una donna? O il fatto che sia un carcerato meriti un trattamento simile?
    Comunque sia la storia è scritta in maniera egregia; i sentimenti, le sensazioni, le sofferenze mi sono entrate dentro come sempre e si sono lasciate vivere come solo con poche di noi mi capita.
    Grazie, bambolina XD

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  18. Mi e' piaciuto tutto, la trama, i personaggi, i dialoghi e le descrizioni. Scrittura elegante e scorrevole come piace a me. Brava.

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  19. Devo essere veloce, e me ne dispiace, ma sono già fuori tempo massimo per votare e dunque... Per me è la storia migliore. Mi piace perchè è dark, perchè c'è deviazione e perchè è scritta in modo ineccepibile. Malgrado il cambio di rotta (che personalmente apprezzo moltissimo), secondo me sei riconoscibilissima!!

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  20. Non so davvero come commentare. E' una storia pazzesca. Non sono riuscita a spostare lo sguardo da quello che stavo leggendo e mi chiedevo dove sarei arrivata. Non amo i dark, non li apprezzo neanche un po'. Gli abusi, su donne o uomini che siano, mi fanno stare male e in questa storia li troviamo su entrambi i fronti. Allora perché sono rimasta tanto affascinata? La perfezione della scrittura? La sorpresa di una storia simile in un "nostro" contest? La crudezza (si può dire? non lo so, passamela)? Qualunque cosa sia mi ha dilaniata. Forse la verità è che mi hai trascinata all'interno della storia in un modo che non mi capitava da tanto, anche se ho letto tutte le storie con enorme piacere. La tua è sicuramente quella che mi ha lasciato più sofferente e credo che mi rimarrà dentro per un bel po'.
    Complimenti.

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    1. Temo che non si capisca molto del mio commento. Perdonami, mi hai stravolto ahahahahahah

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  21. Letta or ora.....storia Forte ma splendida. Bravissima.

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  22. Letta or ora.....storia Forte ma splendida. Bravissima.

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  23. Non è proprio il mio genere. Non finisco neanche di leggerla.

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