LOGLINE: Un segreto da tenere nascosto e un viaggio in moto per trovare l’amore.
SINOSSI: Tra qualche
giorno è il primo anniversario di Bella e Riley, ma quest’ultimo frequenta la prestigiosa
UCLA (Università della California, Los Angeles) e quindi non potranno vedersi.
Bella vorrebbe andare da lui e fargli una sorpresa ma non sa proprio come
raggiungerlo. Quando Edward si offre di accompagnarla non ne capisce il motivo,
visto che tra loro i rapporti sono sempre stati tesi. Inoltre Bella nasconde un
segreto: riuscirà a tenerlo nascosto a Edward nonostante il viaggio li
costringa a stare a stretto contatto per così tanto tempo?
GENERE: commedia/erotico
RATING: rosso
«Ti accompagno io.»
Ci voltammo tutti
verso Edward.
«Cosa?!» il mio tono
di voce era più alto di quello che avrei voluto, ma mi aveva davvero sconvolta.
«Che cos’hai detto?»
«Ho detto che ti
accompagno io.» il suo tono era calmo e rilassato mentre sorseggiava la birra
direttamente dalla bottiglia.
«Lo fai per
abbandonarmi da qualche parte, vero?» No, la mia non era una battuta: se lo
avesse fatto davvero, non me ne sarei affatto stupita.
Sorrise e bevve ancora
mentre mi guardava, anzi, mi fissava intensamente, procurandomi un brivido
freddo lungo la schiena. Oddio, non avrei mai ammesso a voce alta che me
l’aveva provocato Edward.
«Sono un pessimo attore,
vero? Mi hai scoperto. Avevo pensato di fare una deviazione e abbandonarti nel
bel mezzo della Dead Valley.»
«Ecco, volevo ben
dire.»
«Bella, non scherzavo.
Ti porterò io da Riley.»
Lo guardai torva, «E
perché lo faresti? Tu mi odi!»
Edward sghignazzò, poi
mi guardò, «Io non ti odio. Mi stai sul cazzo quando fai la principessa sul
pisello o ti atteggi a reginetta del ballo.» Il suo sguardo era intenso, i suoi
occhi penetranti. Dio, quegli occhi! Avevano una splendida tonalità che era una
via di mezzo tra il verde e l’azzurro e, quando mi fissava, il mio cuore
saltava un battito e non ricordavo più come si faceva a espirare.
«Quindi sempre.» disse
Jessica, facendo ridacchiare tutti.
«Ah-ah! Grazie eh?»
Misi il broncio abbandonandomi contro lo schienale. Cercavo di non ascoltare le
risatine dei miei amici mentre riflettevo sulle parole di Edward: mi atteggiavo
davvero a “principessa sul pisello”? Non era colpa mia, cavolo! Loro, i ragazze
seduti a quel tavolo, appartenevano tutti a famiglie benestanti di Seattle e io
ero la figlia dell’ispettore capo della polizia di un piccolo paesino sperduto
in mezzo alla nebbia, Forks. Perciò mi ero inventata una vita, una famiglia
ricca e cercavo di… comportarmi da ragazza ricca, ovviamente. Edward stava
forse dicendo che stavo esagerando? Che risultavo antipatica?
«Ouch!» sussultai
quando qualcosa mi colpì a una guancia. Sentii delle risatine e mi guardai
attorno, ma non capii cosa fosse stato. Qualcos’altro mi colpì di nuovo, questa
volta in fronte. Guardai in basso e vidi una nocciolina rotolare sulle mie
gambe e cadere a terra e, quando alzai lo sguardo, vidi Edward che cercava di
trattenere una risatina. In mano teneva una nocciolina e, quando si accorse che
lo fissavo, alzò le sopracciglia.
Stronzo.
«Senti, è il vostro
anniversario, no? E tu vuoi stare con lui. Non hai un’auto e hai paura dell’aereo:
o hai imparato come tele-trasportarti, o non ti resta che accettare un
passaggio. Da me.» mi guardò alzando le spalle, come a dire “Ovvio, no?”
Per la cronaca: non
era vero che avevo paura di volare. Solo che il biglietto costava troppo e non
potevo assolutamente permettermelo. E avevo mentito riguardo alla macchina:
vivendo all’interno del campus non mi serviva, quindi facevo finta di non
averla. In realtà possedevo uno scassatissimo pick-up che, comunque, non ce
l’avrebbe mai fatta a coprire quell’enorme distanza.
Lo guardai torva: «E
perché lo faresti?»
Alzò nuovamente le
spalle con noncuranza, «Ho appena finito il rodaggio della mia nuova moto, e ho
proprio voglia di fare un bel giro. Per i prossimi giorni non ho impegni, Los
Angeles è una figata, quindi… Perché no?»
Sorrise.
Ommioddio! Che sorriso
magnifico! E quelle labbra? Sembravano chiamarmi. Mi costrinsi a distogliere lo
sguardo per riprendere a ragionare in maniera normale.
Oh, cavolo! «Come, scusa? M-moto? Stai scherzando? Vorresti portarmi lì…
in moto?!» Ero scioccata.
«Ovvio, in macchina ci
vorrebbero due giorni di viaggio. E dovremmo interagire e fare conversazione
tra di noi. Orribile, vero?»
«Già, orribile.»
Probabilmente ci uccideremmo a vicenda.
«Vengo a prenderti
domani mattina, alle 7. Porta poca roba, non ho il baule di un pick-up. E
vestiti comoda.» Lo guardai, cercando ancora di capire se stesse scherzando o
no, ma tutto quello che ottenni fu un sorriso e un occhiolino.
Oh, cuore! Riprendi a
battere, ti prego!
La mattina dopo, alle
7 in punto, sentii bussare piano alla porta della mia stanza, nel dormitorio
dell’Università. La socchiusi e quando vidi Edward in attesa la aprii,
permettendogli di entrare.
«Buongiorno, sei
pronta?»
Annuii. «Buongiorno
anche a te. Mi stavo chiedendo se saresti venuto davvero.»
Edward rise a bassa
voce per non svegliare Angela, la mia compagna di stanza. «Forza, fammi vedere
il tuo bagaglio.»
Gli feci vedere i due
zaini a terra e lui scosse la testa. «Mmhh. No. Uno ok, lo tieni sulle spalle,
ma l’altro?»
«Non ce l’hai il bauletto?»
«Il… cosa?» Il tono di
Edward era salito di un’ottava, sembrava sconvolto. «Bauletto?» lo pronunciò
come se si trattasse di una terribile malattia venerea. «Stai scherzando?»
Tentennai, «No,
perché? Potrei portare via più cose…»
Sospirò, come se dovesse
spiegare fisica quantistica a un barboncino, «Punto primo: il…» fece un po’ di
scena chiudendo gli occhi e sospirando nuovamente, «quel coso rovina l’estetica
della moto. Di qualsiasi moto. Non ci
dovrebbe neppure stare, su una moto.»
«Ma-»
«Punto secondo: sulla
mia moto non ci sta. Ma anche se ci stesse-»
«Non lo metteresti, ho
capito. Rovina l’estetica.»
«Esatto!» Lo disse con
soddisfazione, come se il barboncino avesse capito la lezione.
Delusa, decisi di
eliminare alcune cose superflue, come la trousse dei trucchi e un paio di
scarpe con il tacco, poi riuscii a comprimere tutto il resto in uno zaino solo
ed Edward sembrò finalmente soddisfatto. Lui aveva messo tutto in due piccole
sacche che aveva appeso, in via del tutto eccezionale, ai lati posteriori della
moto. Come cacchio aveva fatto? Uomini! Potrebbero vivere una settimana con una
sola t-shirt.
Edward mi fece
indossare un giubbotto con le tipiche imbottiture da motociclista che aveva
portato appositamente per me, poi scendemmo al parcheggio. Quando ci trovammo
davanti alla moto mi diede un colpetto col gomito: «E tu, lì, metteresti un…
un… un…?»
Mi voltai, «Ti è
venuta una paralisi?»
«Quasi.»
Effettivamente, sarebbe
stato come vedere la moto di Valentino Rossi col bauletto. Inguardabile. Lo so,
lo so che avrei dovuto pensare a Nicky Hayden, che è il nostro portabandiera,
ma io tifo per gli italiani!
Quando ci avvicinammo,
iniziarono a tremarmi le gambe. «Edward, io non ce la faccio.»
«Non sei mai salita su
una moto?»
Scossi la testa.
«Farò tutto io, tu
devi solo rilassarti, ok?»
Annuii, ma non ero
convinta per niente. Mi porse un casco, che feci un po’ fatica a infilare ma
che, una volta indossato, era perfetto. Lo allacciò e mi passò un paio di
guanti. Trascorremmo alcuni minuti in cui mi spiegò come dovevo comportarmi in
caso di frenata o accelerata, dove tenermi e tutto il resto. Quando mi disse
che dovevo tenermi a lui, abbracciandolo, avvampai. Oh, cavolo!
Edward salì sulla moto
in maniera aggraziata (e sexy. Tremendamente, tremendamente sexy), e io seguii
le sue indicazioni per salire al mio posto, dietro di lui.
«Pronta?»
«No.»
Lo sentii ridere.
«Abbracciami.»
«Come, scusa?»
«Non ci sto provando,
Swan. Ma se non ti attaccassi a me, cadresti alla prima accelerata. E, se
proprio dovesse succedere, vorrei godermi la scena. Quindi, abbracciami.»
Feci un sospiro e gli cinsi
la vita con le braccia.
«Più stretto.»
Sospirai un’altra
volta e strinsi la presa. Lui appoggiò una mano sopra la mia: secondo le istruzioni
di prima, per farmi capire che mi dovevo tenere stretta. Quando partimmo, avevo
ancora la visiera sollevata e l’aria che sentii sul viso era davvero piacevole,
finché non mi finì un maledetto moscerino in un occhio. Procedemmo per alcuni
minuti a bassa velocità, per darmi modo di prendere confidenza col mezzo e con
il tipo di guida di Edward. Fece sorpassi, frenate non troppo brusche e altre
manovre, avendo sempre la premura di avvisarmi mettendo la mano sulla mia
quando accelerava.
Dopo un quarto d’ora,
ci fermammo in un parcheggio.
«Che succede?» chiesi
sporgendomi in avanti.
Edward spense il
motore. «Hai fatto colazione?»
Il mio stomaco brontolò,
rispondendo al posto mio, e mi resi conto di non aver fatto in tempo. Scossi la
testa, e solo in quel momento mi accorsi che ci trovavamo davanti a un piccolo
bar. Entrammo e ci sedemmo a un tavolino: per la prima volta, io e Edward eravamo
soli. Ci punzecchiammo un po’ come da
nostra abitudine: lui mi prese in giro perché mi ero sporcata il viso con lo
zucchero a velo della brioche, e io presi in giro lui perché la cameriera aveva
disegnato due piccoli cuori sul suo cappuccino. Scoprii, con inaspettata
sorpresa, che era una compagnia davvero piacevole. A volte mi lanciava lunghe
occhiate che mi infiammavano il viso, e non solo.
Quando fu il momento
di ripartire, mi resi conto che non ne avevo per niente voglia: avrei preferito
rimanere lì, con lui. Per questo pensiero mi sarei cavata gli occhi con una
forchettina da dolce.
Prima di risalire su
quell’arnese infernale con meno ruote di quello che la sanità mentale
prevedeva, Edward si fermò. «Ti pesa il silenzio?»
«In moto, dici? Beh,
mi piace viaggiare con la musica in sottofondo, questo sì. Perché?»
Sorrise, infilando una
mano nella tasca interna del giubbotto, «L’avevo immaginato, tieni.» disse
porgendomi un lettore Mp3. «Non so se abbiamo gli stessi gusti, mal che vada lo
spegni.»
Rimasi a fissare la
sua mano: Edward era sempre stato un tipo geloso delle sue cose e il fatto che
avesse pensato a me, che lo avesse portato appositamente per me, mi lasciava
basita. Allungai la mano per prenderlo e le mie dita toccarono le sue. Una
leggera scossa elettrica mi attraversò il braccio ma feci finta di nulla. Mi
osservò mentre indossavo l’auricolare («Uno solo, devi prestare attenzione ai
rumori della strada, e mi devi sentire se ho bisogno di parlarti.» borbottò) e
il casco, poi mi legò la piccola custodia al polso. «Non ti distrarre troppo,
non vorrei perderti da qualche parte, ok?»
Annuii, salimmo,
accesi l’Mp3 e lo abbracciai stretto. Il piano di viaggio prevedeva due soste a
metà mattina e metà pomeriggio per sgranchirci, una per il pranzo e,
ovviamente, una per cena e pernottamento.
***
Andare in moto era molto
piacevole. Di più: era davvero una figata! Mi gustavo il paesaggio da una
prospettiva diversa: sembrava di farne realmente parte, non di essere una
semplice spettatrice che guarda tutto da dietro un vetro. Senza contare la
scarica di adrenalina che accompagna il brivido che si prova durante
un’accelerata o un sorpasso e il rumore cupo in sottofondo, che fa quasi
compagnia. Sentire l’aria addosso mi dava la sensazione di volare, e mi trasmetteva
un senso di libertà mai provato prima, che svuotava il cervello e lasciava solo
spensieratezza. Quando vidi che davanti a noi la strada era deserta mollai la
presa su Edward, aprii la visiera e chiusi gli occhi, spalancando le braccia
come fossero ali. Lo sentii ridere, poi frenò dolcemente per diminuire la
velocità e lasciò il manubrio, allargando le braccia come me. Lo fece per poche
decine di metri, ma la sensazione fu di assoluta libertà. E complicità. Stare
sulla moto con lui era come far parte di lui, del suo mondo, e stringermi a lui
era…
No, cazzo, no! Stringere Edward non faceva parte delle
bellissime sensazioni legate all’andare in moto. Non poteva farne parte, non doveva essere piacevole.
Scacciai subito
qualsiasi pensiero positivo su Edward e mi concentrai sul paesaggio e sulla
musica. Avevamo gusti simili: alcune canzoni contenute nel suo lettore non le
conoscevo, ma mi piacevano tutte, e la colonna sonora rendeva più piacevole il
viaggio.
Stare seduta sulla
moto, però, non era proprio comodo, anche se era stata progettata per portare
un passeggero. Per fortuna Edward aveva previsto delle soste per sgranchirci le
gambe e… il sedere. Lui non ne aveva bisogno: quando era in sella si capiva che
si sentiva a suo agio, sarebbe andato avanti a oltranza se io non avessi
cominciato a muovermi ogni trenta secondi.
Quando ci fermammo,
sghignazzò: «Ti serve un massaggio rilassante al sedere?»
Alzai un sopracciglio
e lo schernii, «Ti piacerebbe, eh?»
Lui alzò le spalle,
«Beh, non posso negare.»
Rimasi a fissarlo,
sbigottita: ero convinta che, invece, l’avrebbe fatto.
«Ci stai facendo un
pensierino?» sorrise, facendomi l’occhiolino.
«No!» risposi
accigliata. Pensierino? Uhm, sarebbe più giusto definirlo sogno ad occhi aperti.
«Ammettilo! Lo so che
ci stai pensando. Non ci sarebbe nulla di male.»
«Ti ho detto di no.
Smettila!» Avvampai immaginando davvero le sue mani sul mio sedere.
Questa cosa mi stava
sfuggendo di mano. Edward era antipatico, io
gli stavo antipatica e dovevo ancora capire perché mi stesse accompagnando. E
poi, anche se era uno dei ragazzi più sexy che io avessi mai conosciuto, avevo
un ragazzo: certi pensieri non dovevo assolutamente farli.
«Dai, entriamo.»
Annuii e, seguendolo
all’interno del piccolo ristorante, non potei fare a meno di guardargli il
sedere. E la schiena. E ancora il sedere. Ma aveva sempre avuto quel corpo
meraviglioso? Quelle gambe chilometriche? La cosa più misteriosa di tutte,
però, erano i suoi capelli. Appena tolto il casco, erano un po’ schiacciati
sulla testa, ma bastò che ci passasse le mani un paio di volte, e quelli
stavano ancora belli dritti e scompigliati. Mentre pranzavamo, cercai di non
pensare che, dopo una notte di sesso, i suoi capelli sarebbero stati arruffati
allo stesso modo. Da lì a chiedermi come fosse Edward a letto, il passo fu
breve. Era dolce? Oppure brusco? Mi ricordai che, quando stava insieme a
Jessica, nei discorsi tra ragazze capitava che ci parlasse di lui. Raccontava
che quando facevano sesso a volte era distante e distaccato, teneva spesso gli
occhi chiusi e lei aveva avuto più volte la sensazione che pensasse a un’altra.
Nonostante questo, non era mai rimasta insoddisfatta, anzi. Inoltre ci aveva
raccontato che era davvero ben dotato, e ricordo che avevo passato qualche
giornata a fissargli il cavallo dei pantaloni in ogni momento possibile.
«Ouch!» un colpetto in
fronte mi ridestò dai pensieri totalmente inappropriati che stavo facendo su
Edward. Vidi un pezzetto di pane rotolare sulla tovaglia dopo avermi colpito la
fronte e, quando alzai lo sguardo, il respiro mi si incastrò da qualche parte
attorno alle corde vocali. Edward mi stava guardando così intensamente da farmi
avvampare e i suoi occhi erano di una tonalità di verde talmente brillante da
ricordarmi le foreste della mia Forks, in una giornata di sole dopo un
temporale primaverile. Non riuscii a distogliere lo sguardo e neanche a parlare
o a muovermi.
Anche lui rimase
qualche secondo immobile: sembrava colto alla sprovvista, sorpreso, non so se dalla
mia reazione o da qualcos’altro.
Fu l’arrivo del
cameriere, venuto a servire le nostre ordinazioni, a spezzare il legame.
«A cosa pensavi? Ti ho
chiamata più volte.»
Arrossii, «Nulla di
che. Mi era tornata in mente una cosa di cui mi aveva parlato Jessica.»
Edward assottigliò lo
sguardo, «Ti ha messa in guardia su di me?»
Mi scappò una
risatina, «Più o meno.»
Sorrise a sua volta,
«Credo che farò una telefonata a Jessica. Devo sapere cosa ti ha detto per
farti incantare in quella maniera.»
Mi andò di traverso il
boccone e tossii, coprendomi la bocca col tovagliolo per non sputacchiare
tutto.
Edward scoppiò a
ridere, «Ommioddio! Di cosa avete parlato?»
«Niente!» urlai, con
troppa foga, «Era un discorso di tanto tempo fa, neanche se lo ricorderà più!»
Altroché se se lo ricordava: aveva detto che non avrebbe mai dimenticato il
sesso con lui.
Mi lanciò un’occhiata
dubbiosa: di sicuro sapeva che le ragazze fanno gli stessi discorsi dei
ragazzi. Per fortuna, però, lasciò cadere il discorso, e sperai che non lo
riprendesse in un altro momento.
***
Una volta che fummo
ripartiti, il nostro scambio di battute continuava a tornarmi in mente. Ad un
certo punto chiusi gli occhi immaginando le sue mani sul mio corpo e,
involontariamente, lo strinsi forte, abbracciandolo. Senza rendermene conto,
strinsi anche le cosce attorno ai suoi fianchi.
Dio! Da quando andare
in moto con un ragazzo era una cosa così sensuale ed eccitante? Eppure, avrei
dovuto pensare che avrei avuto Edward tra le gambe per due giorni.
«Tutto bene?» Chiese,
appoggiando nuovamente la mano sopra le mie. Sicuramente aveva notato il mio
strano abbraccio, ma sperai non ne avesse capito il motivo.
«Sì, grazie, solo un
brivido.»
La sua mano rimase
sulla mia per alcuni minuti. Quando procedevamo tranquilli, mi tenevo a lui
solo con un braccio e appoggiavo l’altra mano sulla sua gamba, abbastanza in
su, diciamo sulla coscia. Le prime volte non me ne ero resa conto subito. Era
un gesto per cambiare posizione e sgranchirmi, per non essere sempre in
tensione, ma me ne rendevo conto dopo un bel po’, allora la spostavo. In
un’occasione, però, appoggiò la mano sopra la mia, così non potei più spostarla.
E non mi dispiacque affatto.
Durante il tragitto mi
distrassi, rapita dalla musica e dalla sensazione del mio corpo premuto contro
il suo. All’improvviso mi trovai catapultata contro di lui, il mio casco colpì
violentemente il suo e la moto si impennò a causa di una brusca frenata, alzandosi
sulla ruota anteriore. Terrorizzata, urlai aggrappandomi stretta a lui, e lo
sentii imprecare. Quando la moto si riabbassò di colpo, mi accorsi di tremare e
sentii il cuore battere a mille. Guardai davanti a noi e vidi una macchina di
traverso, che ci aveva tagliato la strada. Edward girò la testa verso di me mettendo
una mano sulla mia gamba, poco sopra al ginocchio, «Stai bene?»
Annuii, ma sentii gli
occhi riempirsi di lacrime. Sembrava che mi si stesse chiudendo la gola, rendendomi
più difficoltoso respirare. Avevo la sensazione che mi stesse per venire un
attacco di panico, o qualcosa del genere. Attraverso la stoffa del guanto e dei
jeans sentii il calore della sua mano sulla pelle, un calore piacevole, che mi
aiutava a mantenere la calma.
«Bella?»
«Ho… ho bisogno di
scendere, per favore.»
Edward annuì. Tenne la
mano sulla mia gamba, stringendola dolcemente, e guidò la moto in uno spiazzo
alla nostra destra. Una volta che ci fummo fermati mi aiutò a scendere. Quando misi
entrambi i piedi a terra ebbi un capogiro, ma lui mi afferrò prima che
svenissi. Camminammo per alcuni metri, finché non mi fece sedere a terra inginocchiandosi
di fronte a me. Mi aiutò a togliere il casco, poi sentii qualcosa di fresco sul
viso e sul collo, «Respira, Bella. Sono qui, concentrati e respira. Dentro per
il naso, fuori per la bocca, forza.» alzai gli occhi su di lui: sorrideva, ma
nel suo sguardo leggevo la tensione. Mi passò ripetutamente qualcosa fresco e
bagnato sul viso, «Vuoi bere?»
Annuii e, come per
magia, nelle sue mani comparve una bottiglietta d’acqua, da cui bevvi alcuni
piccoli sorsi. Con lui vicino mi stavo calmando, mi concentravo sulla sua voce
e sulle sue carezze e lentamente ripresi a respirare regolarmente. Mi accorsi
che si era sfilato i guanti e, istintivamente, gli afferrai una mano. Era
folle, ma avevo bisogno di un contatto maggiore con lui, che lo capì e
intrecciò le dita alle mie. Piano piano, accanto a noi apparvero dal nulla
almeno una decina di persone: probabilmente erano lì fin dall’inizio, ma io non
avevo avuto occhi che per Edward.
Quando fu sicuro che
stessi meglio, mi aiutò a rialzarmi, «Passato?»
«Sì. Scusami, non so
cosa mi sia preso.»
«Non devi scusarti,
può succedere. Te la senti di risalire? Solo per un po’, cerchiamo un posto per
la notte.»
Annuii, «Va bene.»
Percorremmo pochi
chilometri a un’andatura molto lenta e continuò a tenere le dita incrociate
alle mie, stringendole. Per fortuna trovammo un albergo dopo pochi minuti e, mentre
attraversavamo l’ingresso, fin poi nella nostra stanza, tenne un braccio
attorno alla mia vita, sorreggendomi. Si occupò di tutto, e io non dissi
neppure una parola. Quando arrivammo in camera mi fece sedere sul letto e mi
tolse giubbotto e scarpe, e poco dopo, mi sentii trascinare giù, sul materasso.
Si era steso e mi aveva tirata contro di lui per stringermi in un abbraccio. Mi
accoccolai contro il suo petto, il viso nell’incavo tra spalla e collo, e mi trovai
avvolta da un profumo fresco, di pulito. Poi annusai più profondamente e sentii
il suo profumo, quello della sua
pelle, e lo trovai buonissimo, così buono che non avrei più voluto spostarmi da
quell’abbraccio. Gli misi un braccio sul fianco e incrociammo le gambe: era una
posizione molto intima e mi sentivo perfettamente a mio agio.
Non so quanto tempo
rimanemmo lì, ma lui non smise di stringermi e accarezzarmi i capelli nemmeno
un istante.
«Vuoi fare un bagno
caldo? Ti aiuterebbe a rilassarti.»
«Dopo. Posso stare qui
ancora un po’?»
«Certo.» La sua voce
era bassa, il tono dolce e rassicurante.
Quando mi resi conto
di essere sul punto di addormentarmi, decisi di accettare la proposta per quel
bagno caldo.
«Resta qui, vado a
preparartelo.»
«Non devi.» risposi,
tirandomi su.
«Lo so.» sorrise e mi
diede un bacio in fronte, poi si alzò dirigendosi in bagno.
Sospirai e quando
tornò mi trovò seduta sul bordo del letto. Mi accompagnò in bagno, «Cerca di
non addormentarti, ok? Io intanto vado a prendere le cose in moto, ci metterò
pochissimo.»
Annuii nuovamente e,
quando uscì, iniziai a spogliarmi. Edward aveva riempito la vasca di acqua calda
ma non bollente, e vi aveva messo delle perle profumate alla vaniglia, che
avevano creato una morbida schiuma. Mi immersi con piacere e iniziai subito a
rilassarmi.
Dopo alcuni minuti,
Edward bussò con due tocchi leggeri, «Tutto bene?»
«A meraviglia.»
«Ottimo.»
Mi aspettavo qualcuna
delle sue solite battutine, ma non ne fece. Sentii che accese la tv e la
sintonizzò su un canale che trasmetteva solo musica. Quando l’acqua iniziò a
raffreddarsi, mi lavai con calma e mi avvolsi in un telo doccia. Per la prima
volta mi guardai attorno: il bagno era grande e lussuoso, l’arredamento curato
ed elegante. Si trattava un albergo costoso e, sicuramente, avrei speso meno se
avessi preso l’aereo. Se non fossi stata sotto shock avrei potuto cercare di
convincerlo a scegliere qualcosa di più economico, accidenti! Ci avrei messo
anni a restituirgli la mia parte.
Va beh, ormai era
andata così. Feci un paio di profondi respiri e uscii tamponando i capelli.
Edward era sdraiato di
traverso sul letto, le mani dietro la testa e la maglietta sollevata, che
lasciava intravedere una sottile linea di pelle su fianchi e addome. Aveva gli
occhi chiusi ma, quando mi sentì uscire li aprì, mettendosi seduto in un unico
movimento fluido.
Ci fissammo e, dopo
alcuni istanti, il suo sguardo scivolò fino ai miei piedi per poi risalire
lentamente.
Mi sentii nuda e
avvampai, ma non mi ritrassi: essere guardata da lui in quel modo era piacevole
ed estremamente eccitante. Il suo sguardo era fuoco liquido che incendiava ogni
centimetro di pelle su cui si posava e, chiudendo gli occhi, mi sembrava di
sentire le sue dita scorrere leggere sul mio corpo. Deglutii, incapace di
muovermi, incapace di parlare e di esprimere quello che stavo provando, quello
che lui mi stava facendo provare. Il
mio cuore galoppava così veloce che mi sembrava stesse ruzzolando giù per
qualche rampa di scale.
Sentii un fruscio ed
aprii gli occhi. Edward mi venne vicino, appoggiò una mano sulla mia guancia e,
guardandomi intensamente negli occhi, mormorò: «Mi fa piacere vedere che stai
meglio.»
Deglutii cercando di
ricacciare giù il mio strambo cuore, incastrato da qualche parte nella gola, «Grazie.
E grazie anche per essermi stato vicino.»
«Di nulla.» Sussurrò,
come se anche lui facesse fatica a trovare la voce. Continuò a guardarmi e io
non capii più nulla.
Avvicinò
impercettibilmente il viso al mio, poi sbatté ripetutamente le palpebre come se
si fosse risvegliato in quel momento. Schiarendosi la voce, fece un passo
indietro e lasciò cadere la mano lungo il fianco. «Mi auguro che tu abbia fame,
perché io ne ho parecchia. Ora vado a fare la doccia, poi andiamo a cena, va
bene?»
Annuii. Quando mi
guardava così, le parole mi morivano in gola.
Sentii l’acqua
scorrere in bagno e feci fatica a non immaginarlo sotto la doccia. Andiamo
bene!
Mille domande
continuavano a ronzarmi in testa: cos’era successo? Perché mi aveva guardata
così? E perché mi faceva quell’effetto, così intenso e quasi violento?
Per distrarmi iniziai
a vestirmi: misi della biancheria pulita e indossai un paio di jeans con una
maglia leggera a maniche lunghe, blu scura. Non appena fui pronta, Edward uscì
indossando solo un paio di boxer aderenti neri e un asciugamano sulle spalle.
Mi proibii
categoricamente di guardarlo, ma i miei occhi non riuscirono a rimanere fissi
sul suo viso e scivolarono lungo il corpo. Fui consapevole che non sarei più
riuscita a dimenticare quel momento, quel corpo. Cavolo, Edward era splendido. Mi
soffermai a guardargli addominali e pettorali e sono quasi sicura che mi sfuggì
un gemito.
Qualcosa di morbido e
umido mi colpì al viso, alzai lo sguardo e vidi Edward sogghignare.
«Ehi!» urlai.
«Qui,» si indicò
l’angolo destro della bocca, «asciugati qui. Stai sbavando.»
«Idiota!» ringhiai rilanciandogli
l’asciugamano.
«Mi fa piacere vedere
che stai meglio. Andiamo a cena?»
Sbuffai.
Edward si avvicinò
alle due piccole borse che aveva lasciato sul divanetto, e tirò fuori un paio
di jeans e una maglia aderente bianca. Diedi mentalmente l’addio ai miei ultimi
due neuroni, sopravvissuti dall’averlo visto praticamente nudo.
Uh! Solo in quel momento mi accorsi che il letto era matrimoniale. Rimasi a
fissarlo perplessa, chiedendomi come avrei fatto a dormire accanto a lui. Già
sarebbe stato difficile nella stessa stanza, ma nello stesso letto?
Sentii Edward
schiarirsi la voce e mi voltai a guardarlo, «Era l’unica stanza rimasta, mi
spiace. Se per te è un problema-»
«No!» lo interruppi,
con forse un po’ troppa veemenza. «No, non c’è nessun problema, figurati.»
Lui annuì, ma non
riuscii a capire se l’avessi convinto oppure no.
Quando entrammo nella
sala ristorante dell’hotel, rimasi sorpresa dall’atmosfera romantica ed
elegante: le luci erano soffuse, su ogni tavolo c’erano una candela e una rosa
rossa, i camerieri in completo scuro. La cena fu davvero piacevole: nonostante
l’atmosfera pomposa, noi ridemmo e scherzammo di gusto. Edward ordinò anche un
po’ di vino e sicuramente questo contribuì, almeno per quanto mi riguarda, a
lasciarci andare.
A fine cena, mi chiese
se avessi piacere di uscire a fare una passeggiata. Ero tentata: stare con
Edward era davvero piacevole, ma avrei dovuto rispondergli che preferivo andare
in camera. Meno di ventiquattr’ore prima, ero convita che lui mi detestasse, e anche
io lo detestavo. Durante la giornata avevo avuto modo di conoscerlo meglio e di
scoprire alcuni aspetti del suo carattere che fino ad allora ignoravo. Scoprii
che questo nuovo Edward mi piaceva, e
avevo paura che, passando ancora del tempo con lui, potesse piacermi ancora di
più. Mi resi conto che non avevo praticamente mai pensato a Riley. Cavolo!
Stavo facendo quasi milletrecento miglia per rivederlo, e non avevo pensato a
lui neppure una volta.
Neppure. Una. Volta.
E questo avrebbe
dovuto farmi riflettere. Forse (forse? Davvero?
Andiamo!) non ero così innamorata di lui come credevo. Avrei dovuto essere
felicissima di rivederlo, invece volevo solo andare a fare una passeggiata con
Edward, e magari prendergli la mano. E magari camminare abbracciata a lui. E
magari baciarlo.
«Pianeta Terra chiama
Bella. Pianeta Terra chiama Bella. Rispondi, passo.»
Lo guardai con una
terribile consapevolezza: mi piaceva. E questo mi spaventava. Fino a ieri sera,
non mi sarei stupita se mi avesse davvero abbandonata da qualche parte nella
Dead Valley, come aveva detto di voler fare. Invece ora…
«Ehi! Che cosa
succede?» chiese sporgendosi verso di me. Allungò la mano, e credetti che fosse
sul punto di afferrare la mia, ma l’appoggiò sul tavolo, le dita a pochi
centimetri dalle mie.
Scossi la testa,
«Nulla, non ti preoccupare. Sono solo stanca. Preferirei andare a dormire, se
non ti dispiace. Ma se tu vuoi uscire…» lasciai la frase in sospeso sperando che
non mi lasciasse sola.
«No, meglio che vada a
dormire anch’io, domani sarà una giornata lunga.»
Annuii.
Salimmo in camera e,
mentre io tiravo fuori dallo zaino il pigiama leggero, lui andò in bagno. Poi
andai io e, quando uscii, era già sotto le coperte. Peccato, mi ero persa lo
spogliarello. Si era messo una t-shirt nera, aveva piegato in due il cuscino e,
con una mano sotto la testa e il lenzuolo abbassato alla vita, stava facendo
zapping alla tv. «Vuoi dormire subito? O guardiamo un po’ di tv?»
Guardai lo schermo,
stavano dando un thriller. «È presto per dormire, guardo volentieri qualcosa.
Se mi addormento, non mi svegliare però, ok?»
Sorrise, «Solo se
russi.»
«Io. Non. Russo. Per
chi mi hai presa?»
Scosse la testa,
sghignazzando come al suo solito.
Mi sdraiai accanto a
lui, abbastanza vicino per sentire il calore del suo corpo, ma non abbastanza
da toccarlo.
Durante una pubblicità
mi tornò in mente un discorso di ieri sera: «Che cosa vuol dire che ti sto…» mi
interruppi: non potevo proprio pronunciare “cazzo”. Soprattutto, visto che mi
sarei riferita al suo cazzo. Arrossii
e mi schiarii la voce e, cercando di far finta di niente, continuai, «Che ti
sto sulle scatole quando faccio la…» Oddio! Non potevo neanche dire “pisello”.
«La reginetta del ballo?»
Si voltò verso di me e
mi guardò negli occhi prima di parlare. «Che secondo me ti atteggi troppo. Vuoi
apparire diversa da come sei, forse cerchi approvazione, o forse hai paura di
non piacere per quella che sei. Ma quella non sei tu, non sei te stessa e il
risultato è che, a volte, risulti antipatica e con la puzza sotto al naso.»
Per alcuni istanti rimasi
impietrita dalle sue parole, poi mi tirai su di scatto, «Cosa?»
«Sei tu che l’hai
chiesto.»
«Oh, beh, di sicuro
non avrei mai pensato che mi avresti insultata in questa maniera!»
Edward sgranò gli
occhi e si mise seduto, «Offesa? Non ti ho offesa! Ho detto la verità!»
Non ce la facevo a
rimanere a letto e mi alzai, «C’è modo e modo di dire la verità! E offendere
non è uno di questi! Sei solo uno stronzo presuntuoso! Mi rispondi sempre male,
mi prendi in giro e ora mi offendi? Mica ti ho obbligato io a venire con me! Ti
sei offerto tu! Potevi farne a meno se ti sto tanto sul cazzo!» e al diavolo
non poter pronunciare certe parole davanti a lui. Ero furiosa per quello che
aveva detto, e per il fatto che fosse convinto di aver ragione.
«Quella non sei tu,
Bella! Non sei tu! Perché devi fingere di essere chi non sei? Perché?»
Stavamo alzando la
voce: se avessimo continuato così, sarebbe venuto il personale dell’hotel per
dirci di calmarci.
«Che diavolo ne sai
tu, di chi sono io? Che ne sai?» Ero incavolata nera e continuavo a camminare
per la stanza avvicinandomi a lui e poi allontanandomi.
«Perché oggi sei te
stessa! Con la tua paura! Con le tue battutine sceme! Sei te stessa quando mi
abbracci, quando metti la mano sulla mia! Quante volte hai pensato a lui, oggi,
eh?»
Mi sentii punta sul
vivo, ma non potevo confessare, così lo attaccai, «E a te cosa interessa? Non
sono affari tuoi! Non sono affari tuoi se sono antipatica! Non sono affari tuoi
se sto con Riley o no!»
Dalla foga, ansimavo.
Ero furiosa con lui, ma allo stesso tempo intrigata dal fatto che si fosse
accorto di me, della vera me.
Edward avanzò, sul viso
l’espressione della rabbia. Con due passi annullò la distanza tra di noi,
facendomi arretrare fino a sentire la parete contro la schiena e il suo petto
sul mio. «Mi interessa,» sussurrò col viso a pochi centimetri dal mio, «perché quella Bella non mi piace! A me piace questa Bella, quella che si incazza,
quella che fa le battute stupide, quella che, per calmarsi, ha bisogno del mio
abbraccio, di appoggiare il viso sul mio petto! Mi piace questa Bella, che ha
la stessa voglia di baciarmi di quella che ho io di baciare lei.»
Inconsciamente schiusi
le labbra e, come se fosse stato un via-libera, lui mi baciò.
Non fu un bacio dolce,
come potrei definire quelli di Riley, in cui mi infilava la sua lingua, viscida
e molle, in bocca, e poi sembrava non sapere come muoverla. Il bacio di Edward fu
forte, prepotente e possessivo. Dopo qualche istante appoggiò una mano sulla
mia guancia e io gli misi le braccia al collo, stringendomi a lui. Il suo corpo
era forte e muscoloso ed emanava un piacevole calore. Mi sentii protetta, sentii
che il mio posto era tra le sue braccia. Con un braccio mi avvolse la vita e,
camminando, mi spinse verso il letto. Mi sdraiai, Edward si levò la maglietta e
si sdraiò sopra di me. Mi tornarono in mente le sue parole, quelle in cui aveva
detto che gli piacevo, gli piaceva la vera
me, non quella finta, che voleva far credere a tutti di essere ricca.
Ero avida di lui,
avida del suo profumo, della sua pelle: non riuscivo a staccare le mani da quel
corpo meraviglioso.
Le sue labbra erano
ovunque, mi sollevò la maglia e quando mi alzai la sfilò, gettandola da qualche
parte. Non perse un istante e mi slacciò il reggiseno, prendendomi i seni tra
le mani. Mentre le sue dita stringevano un seno, pizzicando il capezzolo, la
sua bocca baciava e succhiava l’altro, tormentandolo con la lingua. Non avevo
mai provato nulla di simile, nulla di così intenso: mi sentivo un fuoco nel
petto. E tra le cosce. Lo desideravo da morire.
Ritornò con la bocca
sulla mia, e chiusi gli occhi mentre mi prendeva il labbro tra i denti,
mordendolo piano. Spinse il bacino contro il mio, facendomi sentire tutta la
sua eccitazione e facendomi desiderare ardentemente di sentirlo dentro di me. Strinse
un po’ più forte il mio labbro e spalancai gli occhi per la momentanea sensazione
di dolore, perdendomi nei suoi, che in quel momento erano di una splendida
tonalità di verde intenso. Gli accarezzai le labbra con la lingua e, quando
toccai la sua, gemetti. Strinsi le gambe attorno ai suoi fianchi, sollevando il
bacino per sfregarmi contro il suo sesso duro come l’acciaio. Si spinse
nuovamente contro di me, chiudendo gli occhi e ritraendosi lo stretto
necessario per parlare, continuando però ad accarezzare le mie labbra con le
sue mentre lo faceva, «Bella, se vuoi dirmi di smettere, fallo ora.» La sua
voce era poco più di un sussurro e vi si percepiva chiaramente un misto di
insicurezza e desiderio che mi infiammò il petto.
«Edward, l’unica cosa
che voglio ora, è sentirti dentro di me.»
Aprì gli occhi, quasi
sorpreso, e riprese a baciarmi. Si tirò indietro e, dopo avermi sfilato il
perizoma si alzò, raggiungendo la sua borsa sul pavimento. La aprì senza
staccare gli occhi dai miei neppure un istante, prese una scatola e ne tirò
fuori il piccolo involucro di alluminio, tornando verso di me. Rimase in piedi
accanto al letto, allora mi misi in ginocchio e, infilando i pollici sotto
l’elastico ai suoi fianchi, gli feci scendere i boxer aderenti lungo le gambe,
liberando finalmente il suo sesso. Wow! Era lungo, grosso e dritto, non
esagerato, ma davvero notevole. Lo presi in mano, stringendolo alla base e
prendendone la punta tra le labbra, leccando avidamente. Inspirò bruscamente e
gemette, godendosi le carezze della mia lingua e delle labbra. Sentii il suo
respiro accelerare e, quando mi mise una mano sulla guancia, mi staccai e rimasi
a guardarlo mentre infilava il preservativo. Mi spostai al centro del letto
chiudendo le gambe in un istante di pudore. Edward avanzò in ginocchio verso di
me e appoggiò le mani sulle mie ginocchia, aprendole delicatamente. Quando fui
a gambe aperte mi guardò e facendo scorrere le mani lungo l’interno coscia,
bloccandomi il respiro. Nello sguardo gli lessi l’eccitazione di vedermi pronta
per lui.
«Edward.»
Con il pollice accarezzò
la mia apertura e scorse fin sul clitoride, provocandomi un brivido. Chiusi gli
occhi un istante e sentii subito le sue labbra sulle mie, la sua lingua entrare
ad accarezzare la mia. Mi spinse giù, sentii la sua erezione trovare il mio
ingresso e farsi strada lentamente. Gli avvolsi le gambe attorno ai fianchi
stringendolo a me e aprii gli occhi, provando il bisogno quasi fisico di
guardarlo. Trattenne il respiro finché fu in fondo. Lo sentii così grosso,
dentro di me, che mi sentii sul punto di rompermi, poi uscì lentamente e
rientrò con una spinta che mi fece sfuggire un piccolo grido.
«Ancora.» sussurrai.
Prese il ritmo in
lunghi affondi, facendomi provare sensazioni nuove e incredibili e portandomi
velocemente in Paradiso. Con un’ultima stoccata profonda mi fece venire. Per
non farmi sentire da tutto l’albergo, soffocai un grido mordendogli una spalla
e conficcandogli le unghie nella schiena.
Imprecò e aumentò il
ritmo, e quando il mio corpo smise di tremare sotto le sue spinte, buttò la
testa indietro chiudendo gli occhi, poi affondò il viso nell’incavo tra il mio
collo e la spalla, sussurrando il mio nome. Cercai subito le sue labbra,
provando il desiderio di piangere per la perfezione di quel momento, di quello
che c’era stato, di quello che avevo provato. Ci baciammo alternando baci lenti
e dolci ad altri bruschi e possessivi finché, sentendo la sua nuova eccitazione,
desiderai subito ricominciare.
***
Ero In ginocchio,
Edward alle mie spalle mi stringeva con forza i fianchi mentre affondava bruscamente
tra le mie cosce. Rallentò il ritmo, gli affondi divennero più lenti ma più
profondi. Fece scorrere le mani sulla mia schiena, sfiorandomi appena e
provocandomi un lungo brivido. Si piegò in avanti, il suo respiro mi accarezzò
lieve la schiena, poi il collo, dove le sue labbra lasciarono piccoli baci. Sentii
la sua mano spostarsi dal centro della mia schiena al collo e poi alla nuca,
affondare tra i capelli e prenderne alcune ciocche nel pugno, che tirò verso di
sé. La sua stretta era sensuale, gli affondi si fecero più scomposti, il
respiro si spezzò, sentii che era vicino ma rallentò ancora. «Oh, Bella!»
«Sì, Edward, sì!»
Anche io ero al limite, e lui mi tirò i capelli facendomi inarcare la schiena.
I suoi affondi colpirono un punto nuovo dentro di me, sentii qualcosa tendersi
a ogni colpo e poi, all’improvviso, esplodere. Mi dovetti mordere il labbro e
affondare il viso nel cuscino per soffocare un grido. Gli affondi di Edward
continuarono mentre i miei muscoli lo stringevano nell’abbraccio dell’orgasmo.
Quando finalmente
smisi di tremare provai l’irresistibile bisogno di toccarlo e di guardarlo.
«Edward…» sussurrai.
«Dimmi… piccola…»
lasciò la presa sui miei capelli permettendomi di rilassare i muscoli.
«Lasciami… lasciami
girare. Voglio stringerti. Voglio vederti.»
«Aspetta,» sussurrò,
«ho un’idea migliore. Tirati su, lentamente.»
Non sapevo cosa volesse
fare, ero troppo stravolta per ragionare o per capire qualcosa, e non mi mossi.
Allora si abbassò, appoggiò il petto sulla mia schiena e, stringendomi con un
braccio, si raddrizzò portandomi su con sé. Mi lasciai andare completamente con
la schiena addosso al suo petto, la testa sulla spalla. Continuava a stringermi
col braccio sinistro, appoggiando la mano sul seno e pizzicando il capezzolo
tra le dita. La mano destra, invece, scivolò giù, sfiorandomi la pancia e
fermandosi sul monte di venere. Continuando a muovere lentamente il bacino
avanti e indietro, le sue dita si fecero strada tra le mie labbra, fermandosi
sul clitoride. Sospirai e mugolai, in balìa di così tanti stimoli piacevoli da
non capire più nulla. Sollevai una mano passandogliela tra i capelli, la
strinsi a pugno afferrando alcune ciocche, mentre con l’altra gli stringevo un
fianco.
«Apri gli occhi.» sussurrò
al mio orecchio, accarezzandolo con la lingua e facendomi rabbrividire per
l’ennesima volta.
Quando lo feci, vidi
il nostro riflesso nell’enorme specchio che ricopriva l’armadio di fronte al
letto. L’immagine di noi due era incredibilmente sensuale ed erotica. Rimasi
incantata dall’osservare le sue dita torturare i miei punti più sensibili, la
sua lingua scorrere sul mio collo e la sua bocca succhiare il lobo
dell’orecchio. Lo strinse tra i denti, respirando affannosamente. Anche lui
stava guardando il nostro riflesso, poi i suoi occhi incontrarono i miei. Mosse
i fianchi tirandosi indietro e poi affondando in me. Mi torse un capezzolo
aumentando la velocità con cui muoveva le dita sul mio clitoride. Non riuscii a
staccare lo sguardo dal suo mentre l’ennesimo orgasmo mi travolse.
Si sfilò da me, mi
fece sdraiare sulla schiena e mi prese ancora in un brusco affondo. Questa
volta le sue spinte erano profonde e ravvicinate, quasi violente, e in poco
tempo raggiunse l’orgasmo, sussurrando il mio nome.
***
Non appena mi svegliai,
mi resi subito conto di essere sola: non sentivo la sua presenza, il suo
calore. Aprii gli occhi e, trovando il posto accanto a me vuoto, ne ebbi la
conferma. In quel momento la porta del bagno si aprì, e lui entrò in camera. Attorno
ai fianchi portava un asciugamano, aveva i capelli umidi e, sul viso,
un’espressione che non seppi decifrare. Sul collo vidi chiaramente il
succhiotto che gli avevo fatto mentre mi fotteva la terza volta, quando cercavo
di soffocare le urla di piacere contro la sua pelle.
Edward era serio e,
quando mi vide, non accennò neppure un sorriso. Mi dedicò solo un’occhiata
veloce, borbottò qualcosa sul fatto che dovevamo partire, altrimenti avremmo
fatto tardi, poi mi voltò le spalle e si mise a frugare nelle sue sacche alla
ricerca di chissà cosa. Rimasi delusa dal suo atteggiamento: ovviamente non mi
aspettavo dichiarazioni d’amore o rose rosse, ma neanche di essere praticamente
ignorata. Mi avvolsi nel lenzuolo e, rischiando di inciampare a ogni passo, mi
fiondai sotto la doccia. Mi sfregai il corpo quasi con rabbia per eliminare il
ricordo delle sue carezze, ma mi mancò l’aria quando, chiudendo gli occhi,
rievocai la sensazione provata mentre seguiva con la lingua invisibili percorsi
lungo il mio corpo. Perché si stava comportando così? Eppure, quella notte era stato
diverso. Avevo sentito il suo desiderio per me, ed ero convinta che fossimo
stati in sintonia, che tra noi ci fosse un’alchimia, un legame che andava oltre
una normale scopata. O, una notte di sesso. Possibile che mi fossi immaginata
tutto? O che la provassi solo io?
Due colpi alla porta
mi fecero sobbalzare, «Tutto bene?»
«Sì, perché?» gli
risposi con un tono di voce piuttosto acido.
Probabilmente se ne
accorse, perché impiegò alcuni istanti prima di riprendere, «Non sentivo nessun
movimento da un sacco di tempo.»
Sbuffai. «Sono una
donna, mi è consentito metterci più di te per fare la doccia!» Ero entrata a
tutti gli effetti in “modalità acida”.
Rimase in silenzio per
un po’ e quando riparlò, la sua voce era incerta, «Mettici pure tutto il tempo
che vuoi, vado a fare colazione.»
Annuii, cercando di
ricacciare in gola un groppo che mi impediva di parlare.
Non sentendo risposta,
Edward mi chiamò: «Bella? Ho detto che ti aspetto giù.»
Deglutii un’altra
volta e sospirai cercando di buttare fuori la delusione e l’amarezza, «Ho
capito, vai pure.» Non so come fece a sentirmi, perché usai un tono davvero
flebile, ma fu tutto quello che riuscii a fare. Quando sentii chiudersi la
porta scoppiai a piangere. Non capivo perché Edward mi stesse facendo
quest’effetto: dopotutto, fino a quarantotto ore fa ci stavamo reciprocamente
sulle scatole. Forse mi sentivo usata, ma non avrebbe avuto senso: io stavo con
Riley. Nella mezz’ora che trascorsi da sola, vestendomi e preparando le mie
cose, non mi sentii in colpa neppure un istante per averlo tradito. Anche se in
quel momento Edward mi ignorava, la notte che mi aveva regalato era stata in
assoluto la più bella della mia vita: non avevo mai provato nulla di simile,
orgasmi così intensi da togliere il fiato. Mi sedetti sul letto ad abbracciare
e annusare le lenzuola col profumo di Edward, lasciando scorrere liberamente le
mie lacrime. In quella stanza, ancora pregna dell’odore del sesso spettacolare
che avevamo fatto, avevo preso una decisione importante: avrei lasciato Riley.
Non aveva senso continuare una storia a distanza con una persona con cui non
sentivo nessun legame e che non mi sentivo neppure in colpa di aver tradito.
All’improvviso, la
porta della stanza si spalancò ed entrò Edward. Aveva un’espressione scocciata,
quasi arrabbiata, ma quando mi vide e capì che avevo pianto, si addolcì.
«Bella! Cosa c’è?» Si
avvicinò a passo veloce e fece per sedersi accanto a me, ma io mi alzai
velocemente asciugandomi le guance. Avrei tanto voluto che mi abbracciasse, ma
non potevo permettergli di avere tutto questo potere su di me. Mi aveva scopata
meravigliosamente durante la notte, e ignorata schifosamente al mattino. Non
volevo che si riavvicinasse a me solo perché gli suscitavo compassione.
«Nulla di cui ti
importi qualcosa. Andiamo?» mi buttai lo zaino su una spalla passandogli
davanti a passo svelto. Presi dall’armadio il giubbotto e il resto delle cose e
uscii dalla stanza senza più degnarlo di uno sguardo. Andai a fare colazione,
sforzandomi di mangiare qualcosa anche se sentivo lo stomaco chiuso, ma non
potevo rischiare di star male mentre ero in sella.
Quando uscii lo trovai
appoggiato alla moto, intento a scrivere qualcosa sullo smartphone. Non si
accorse subito di me e, mentre camminavo verso di lui, non riuscii a staccargli
gli occhi di dosso. Era incredibilmente bello. Il ricordo del corpo celato sotto
quei vestiti mi provocò l’ennesimo sfarfallio allo stomaco e, quando ripensai
alla sensazione della sua pelle sotto le dita, inciampai nei miei stessi piedi.
Recuperai l’equilibrio prima di cadere a terra, ma il mio “Cazzo!” ad alta voce
gli fece alzare gli occhi. Mi persi nuovamente nel suo sguardo, proprio come avevo
fatto decine di volte la notte precedente, quando avevo perso il conto degli
orgasmi che mi aveva fatto provare con le sue spinte così profonde. Non riuscii
ad avanzare ancora, eravamo solo a un paio di metri ma i miei piedi non avevano
nessuna intenzione di muoversi: era già impegnativo cercare di respirare, non
potevo anche obbligarmi a camminare.
Un violento fragore
proveniente dall’interno dell’hotel interruppe la magia del nostro contatto
visivo. Con un sospiro ripresi a camminare e, quando arrivai accanto a lui,
indossai giubbotto, casco e guanti senza dire una sola parola. Rimase a
guardarmi in silenzio come se aspettasse qualcosa, ma quando fui pronta e incrociai
le braccia sul petto rimanendo a guardarlo, scosse la testa, si vestì e salì in
sella. Mise in moto e presi posto dietro di lui, abbracciandolo. Riprendemmo il
viaggio e per le due ore successive non mise mai la mano sopra la mia, non me
la strinse nemmeno una volta. Quella piccola premura mi mancò in maniera
incredibile.
Durante le soste di quella
giornata scambiammo solo poche parole, il minimo indispensabile. Tra di noi
c’era una tensione palpabile, avrei potuto tagliarla col coltello. Ormai, a
furia di pensarci, non ero più delusa ma incazzata nera. Perché cavolo si
comportava così con me? Doveva proprio ribadire con ogni sguardo e movimento
quanto si fosse pentito di quello che c’era stato? Non poteva semplicemente far
finta che non fosse successo nulla? Avevo una voglia folle di strozzarlo. E di
baciarlo. No, meglio prima baciarlo e
poi strozzarlo.
Mi era impossibile non
pensare alla notte appena trascorsa. Mi tornarono in mente i discorsi di
Jessica, ma quella notte eta stato tutto l’opposto: appassionato, attento e
travolgente. Mi aveva guardata negli occhi, aveva guardato i nostri corpi uniti
e, nel piacere, aveva mormorato il mio nome. Avevo perso il conto degli orgasmi
che mi aveva provocato, ma ogni centimetro del mio corpo ricordava alla
perfezione ogni carezza o bacio ricevuto.
Dopo l’ultima sosta
del pomeriggio la sua guida si fece più rabbiosa: accelerate più potenti e
frenate molto brusche. Sembrava anche più distratto.
Ormai mancava
pochissimo per arrivare all’UCLA, appena una manciata di minuti. Il pensiero di
rivedere Riley non mi faceva né caldo né freddo. Se c’era una cosa che ero
impaziente di fare, era scendere da lì. Stringere Edward in quella maniera
sapendo che per lui ero stata una semplice scopata o, peggio, che si era
pentito di quello che era successo, era straziante. Avevo preso
un’altra decisione importante: dopo aver lasciato Riley, avrei raggiunto l’aeroporto
in taxi e sarei tornata in aereo: non avrei potuto sopportare altri due giorni
così con Edward. E al diavolo i soldi, avrei mangiato pane e acqua per anni, ma
pazienza.
Sobbalzai quando
sentii la mano di Edward sulla mia, e istintivamente, lo strinsi. Invece di
accelerare, come mi aspettavo, frenò bruscamente e, per non andargli addosso di
peso, piantai la mano libera sul serbatoio. Dopo la brusca frenata sterzò a
destra entrando nel parcheggio di un piccolo 7-Eleven, dribblò alcune auto in
uscita e si fermò vicino a una piccola aiuola fiorita.
«Scendi.»
Non potevo aver capito
bene, «Cosa?»
«Ho detto scendi.»
«Mi… Mi vuoi lasciare
qui?»
«Cazzo! Scendi!»
Dopo un istante di
esitazione scesi e iniziai a trafficare col cinturino del casco per sfilarlo.
Non riuscivo a crederci! Eccheccazzo! Alla fine mi avrebbe davvero lasciata lì,
da sola. Non c’entrava che avessi deciso di tornare in aereo, perché lui non lo
sapeva. Era come se mi stesse lasciando lui e, visto quanto mi stava antipatico
(sì, va beh, mi stava antipatico prima
di scoparmi in quella maniera meravigliosa, ma questo era solo un dettaglio)
non potevo permettere che accadesse. Dovevo essere io a lasciarlo. Io! Se solo quella maledetta cinghietta si fosse slacciata…
Due mani spostarono le
mie, afferrando il cinturino. Alzai gli occhi e vidi Edward, con un’espressione
indecifrabile sul viso e il labbro inferiore tra i denti. Era bellissimo.
Cazzo! Era sempre bellissimo!
Si era tolto il casco.
Ma… come…? Non doveva
andarsene? Perché era ancora qui?
Fece per sfilarmi il
casco ma non riusciva a prendere la giusta angolazione e mi stava facendo male,
così gli schiaffeggiai le mani per liberarmi della sua presa, «Che cavolo ti
prende?» urlai sfilandomi quel maledettissimo casco, che Edward mi strappò di
mano e poggiò con poca cura sulla sella della moto.
Poi mi baciò. Fu un
bacio brusco, quasi violento, uno scontro di labbra, denti e lingua. Fu
passione, fu sesso, fu dominio, lussuria. Appoggiò le mani sulle mie guance ma io
tenni le mie lungo i fianchi, incapace di rendermi conto di cosa stesse realmente
accadendo. Dopo alcuni istanti reagii e gli misi le braccia al collo. Infilai
le mani tra i suoi capelli, quei spettacolari capelli perennemente spettinati, e
lui gemette nelle mie labbra. Feci scivolare le mani sulle sue spalle ma quel
dannato giubbotto pieno di imbottiture mi impedì di sentire il suo corpo così,
senza rendermene conto, abbassai la lampo infilando le mani sotto al giubbotto,
a toccargli il petto. Lo strinsi a me, e i nostri corpi combaciavano alla
perfezione. Perdersi nel suo abbraccio, nel suo bacio, era fin troppo facile,
istintivo, naturale. Dio! Quanto
avrei voluto che quella non fosse l’ultima volta.
Quando si staccò
lentamente da me avevamo entrambi il respiro affannato, e rimanemmo per alcuni
minuti a scambiarci baci leggeri, a fior di labbra. Nessuno dei due voleva
staccarsi dall’altro. Dopo un po’, sentii il bisogno di appoggiare il viso al
suo petto e lui mi strinse così forte da farmi mancare il respiro.
«Non mi sono pentito
di questa notte. Non potrei pentirmene, mai, perché è stata una notte stupenda.
Averti, è stato stupendo. Quando mi sono svegliato, però, improvvisamente mi
sono ricordato che tu non eri mia e che, anche se ti avevo avuta per una notte,
eri di un altro. Mi sono ricordato che dopo poche ore saresti stata nel suo letto,
che al posto mio ci sarebbe stato lui, e avrei tanto voluto poterlo evitare.
Ma, allo stesso tempo, ho capito che non potevo fare niente. Mi ero preso
l’impegno di portarti da lui e poi riportarti a casa, ed è quello che farò. Sono
stato un idiota perché avrei dovuto dirti quello che provavo, quello che
pensavo, invece sono stato zitto facendoti credere un mucchio di cazzate e
facendoti stare male. E puoi stare tranquilla: non racconterò quello che
abbiamo fatto, né a Riley né a nessun altro. Non ti farei mai una cosa simile.»
Aveva parlato di
getto, senza quasi respirare.
Rimasi senza fiato
alle sue parole, e non riuscii a parlare né a muovermi. L’unica cosa che
riuscii a fare, fu baciarlo per l’ultima volta. Almeno ora sapevo che non si
era pentito, e che per lui era stato bello come lo era stato per me. Quando ci
staccammo annuii, non so neanche a cosa, e riprendemmo la strada.
Quando varcammo il
cancello della UCLA, Edward si fermò nel primo parcheggio disponibile e io scesi,
non sapendo come comportarmi. Ero ancora frastornata dai suoi baci e dal suo
discorso e non sapevo come comportarmi con lui, cosa pensare, cosa dirgli. Non
tolse il casco e non spense il motore: sembrava che non vedesse l’ora di
andarsene. O, forse, non voleva correre il rischio di baciarmi un’altra volta
proprio lì, dove Riley avrebbe potuto vederci.
«Chiama quando vuoi,
quando sei pronta. Resterò qui in giro.»
Annuii. L’accordo era
che mi fermassi fino al giorno seguente, ma Edward non sapeva che avevo deciso
di lasciarlo e prendere l’aereo per tornare a casa. Ma dopo i suoi baci e il
suo discorso, ero ancora di quell’idea? Mi sentivo così confusa…
Edward mi guardò a
lungo prima di fare manovra e lasciarmi sola, e quando se ne andò, sentii un
grande vuoto.
Feci un sospiro e
mandai un messaggio a Riley, chiedendogli dove fosse e cosa stesse facendo.
Nell’attesa della sua risposta, mi sedetti a un tavolo della caffetteria del
campus. Non ero nervosa, non ero neppure impaziente di rivederlo. Volevo solo
che tutto finisse in fretta.
La risposta di Riley
arrivò dopo alcuni minuti:
Riley: Per oggi ho finito le lezioni, mi
fermo alla caffetteria e poi mi metto a studiare.
Io: Ti va compagnia?
Riley: Certo! Mi raggiungi?
In quel momento,
guardandomi attorno, lo vidi venire verso di me. Non mi aveva vista, aveva gli
occhi incollati allo smartphone e sorrideva: pensava che stessi scherzando.
Io: Può darsi.
Quando lesse il
messaggio si fermò, guardandosi attorno.
Io: Acqua
Riley: Cosa?
Io: Guarda dritto davanti a te
Alzò lo sguardo cercando
nel mare di ragazzi davanti a sé, finché mi vide, e corse fino a raggiungermi.
Ci abbracciammo tenendoci stretti. Non volevo baciarlo. Avevo ancora il sapore
di Edward sulle labbra e non volevo confonderlo con quello di Riley. Per
fortuna, sembrava che neanche lui volesse baciarmi, anche se sembrava felice di
vedermi.
Scambiammo qualche
frase di circostanza, mentre ci spostavamo in una zona più tranquilla del
Campus, poi presi coraggio.
«Riley io… io vorrei
parlarti. Ma non so da dove iniziare.»
Il suo sguardo si fece
serio. «Inizia… dall’inizio. Mi devo preoccupare? C’è qualcosa che non va?»
Ci sedemmo su una
panchina sotto un grande albero, feci un profondo sospiro e, guardando il suo
sorriso gentile, mi feci coraggio: «Io… credo di non essere più innamorata di
te. Non è colpa tua, non hai fatto nulla di sbagliato, ma sono io… Mi dispiace
così tanto, ma non posso…» Ero talmente agitata che non riuscivo a dire una
frase di senso compiuto. Tenevo gli occhi bassi guardandomi le mani che tenevo
in grembo, torturando le dita.
«Hei.»
La voce di Riley era
gentile, e alzai lo sguardo su di lui. «Scusami.» mormorai, dispiaciuta.
Lui invece aveva
ancora quel sorriso rassicurante. «Bella, non preoccuparti. So cosa provi e non
devi sentirti in colpa. Anche per me è la stessa cosa. Solo che non volevo
dirtelo al telefono, e in questo momento non potevo tornare a Seattle per
parlartene, così stavo tirando avanti. Grazie di aver fatto tutta questa strada
solo per dirmelo, sei stata davvero in gamba.»
Lo guardai confusa:
«Davvero è lo stesso anche per te? Anche tu volevi lasciarmi?»
Riley annuì, «Sì. Mi
sono accorto che quello che provo per te è cambiato nelle ultime settimane.»
Mi asciugai le lacrime
che scendevano lungo le guance e sorrisi, più leggera. Poi lo abbracciai,
«Grazie Riley! Avevo così paura di farti soffrire! Sei un ragazzo speciale, lo
sai, vero?»
Mi sorrise e ci
abbracciammo stretti, poi lo salutai e corsi verso l’uscita del campus, con lo
zaino che sbatteva sulla mia schiena.
Guardai l’orologio:
era passata poco meno di un’ora da quando Edward se n’era andato. Mi mancava da
morire. Ripensai alle sue parole di prima, al suo bacio, all’intensità del suo
abbraccio. Non mi resi neanche conto di aver fatto il suo numero finché non
sentii gli squilli. Lo lasciai suonare finché cadde la linea, poi riprovai e
riprovai. Sapevo che poteva vedere quando riceveva delle chiamate, perché aveva
un apposito borsello porta-tutto calamitato che si attaccava al serbatoio della
moto, dotato di una finestrella trasparente in cui infilare il cellulare. Forse
non mi voleva rispondere? Mi incamminai fuori dal campus e mi fermai in una
caffetteria, provando a richiamarlo a intervalli regolari.
***
Edward POV
«Ehi, biker? È tuo
questo?»
Non mi ero accorto che
si era avvicinata una persona, ma al suono della voce che proveniva dalla mia
destra, mi voltai. Una ragazza con indosso una minigonna inguinale e una
maglietta non più grande di un fazzoletto mi guardava sorridente. Mi chiesi
come facesse a non sbilanciarsi in avanti con quelle tette enormi.
«Scusa?»
Si era senz’altro
accorta che le avevo guardato il davanzale, ma in quel momento non me ne
fregava nulla.
«Ti ho chiesto se
questo è tuo.» rispose con un sorriso che, probabilmente, avrebbe voluto essere
seducente, ma in quel momento non mi sarebbe importato nulla neppure se fosse
stata nuda.
Davanti alle tette
teneva un borsello nero. Lo girò verso di me. In quel momento lo smartphone
dietro la bustina trasparente si illuminò e comparve il bellissimo viso
sorridente di Bella.
Ricordavo il momento
in cui le avevo rubato quella foto, erano trascorse appena poche settimane da
allora: avevo invitato tutto il nostro gruppo a trascorrere le vacanze
primaverili in Messico, ospiti in una delle case della mia famiglia. Ero in
camera mia e stavo smanettando sul telefono nuovo cercando di capire le
funzioni della macchina fotografica. In quel momento lei entrò, convinta che
fosse la sua stanza, che invece era quella accanto.
Un caso? Assolutamente
no. Avevo fatto personalmente l’assegnazione delle stanze, guardandomi bene dal
dire quale fosse la mia per non destare sospetti.
Quando mi vide e si
rese conto dell’errore, scoppiò a ridere. Una risata bellissima, spontanea,
squillante, così dolce da mozzarmi il respiro in gola. Senza rendermene conto inquadrai
il suo bellissimo viso con la fotocamera e scattai ripetutamente. Lei era
talmente imbarazzata che non si rese conto di nulla. Si scusò, con le guance
infiammate dall’imbarazzo, e io cercai di farla rimanere lì il più a lungo
possibile, «Buongiorno, posso aiutarti?»
Si portò una mano al
petto, come se avesse preso uno spavento, «Oddio! Per fortuna non hai
l’abitudine di girare nudo in camera tua.»
Non riuscii a
resistere, adoravo metterla in imbarazzo, era così dolce! «Veramente, mi sono
appena vestito, ma se vuoi…» portai la mano alla cintura degli short,
slacciandola e facendole l’occhiolino. Lei avvampò ancora di più, iniziò a
balbettare e io a ridere.
«Ehi? Biker?»
Il viso di Bella
iniziò a ondeggiare a destra e sinistra, ridestandomi dai miei ricordi. Scattai
in piedi e strappai il borsello di mano alla tettona, aprii la zip e portai il
cellulare all’orecchio. «Pronto? Bella?»
Per alcuni istanti ci
fu solo silenzio, poi sentii un singulto.
«Bella?»
«Edward? Sei tu?»
Bella sembrava
sull’orlo del pianto, «Sono io! Cos’hai? Perché piangi?»
«E allora perché non
rispondevi? Mi hai fatto morire di paura, idiota!»
Non riuscii a
trattenere una risatina, tirai fuori una banconota dal portafoglio e la lasciai
sul tavolo. Sentii addosso lo sguardo della ragazza, le mimai un “grazie” e
uscii ignorando la sua espressione delusa. Volevo essere da solo mentre parlavo
con Bella. «Davvero eri preoccupata per me?»
«Certo! Sono almeno
venti minuti che provo a chiamarti, che cavolo stavi facendo?»
Venti minuti? Quanto
tempo avevo passato in quel pub?
«Mi ero fermato in un
pub ma avevo dimenticato il borsello sulla moto.»
«Ma sei pazzo? E se te
lo avessero rubato, come avrei fatto a ritrovarti? Si può sapere dove avevi la
testa?»
«Lì con te, Bella.» La
risposta mi uscì senza che avessi il tempo di ragionare e trovare una scusa.
Imprecando mentalmente mi morsi il labbro, chiedendomi perché cazzo non fossi
dotato di un filtro tra cervello e bocca.
Dall’altro capo non ci
fu nessuna risposta, solo alcuni secondi di silenzio. Chiusi gli occhi chiedendomi
a cosa stesse pensando e, quando fui sul punto di chiederle se era ancora lì,
sospirò, «Mi vieni a prendere?»
Non riuscii a
trattenere un sorriso. Nella sua voce non c’era segno di tristezza, solo di
impazienza. «Arrivo. Sei dove ti ho lasciata?»
«No, sono alla
caffetteria che si trova appena fuori dal campus.»
«Ho capito. Arrivo.»
«Edward?»
«Sì?»
«Fai presto.»
Per tutta risposta
premetti il tasto di accensione della moto, «Arrivo.» Ci misi un battito di
ciglia a mettere lo smartphone nel borsello e a infilare il casco, poi partii
in derapata lasciando una strisciata nera sull’asfalto del parcheggio.
Nei pochi minuti che
mi separavano da lei, non potei fare a meno di pensare a quando l’avevo
conosciuta. Mi erano bastati pochi giorni per rendermi conto di come si
comportasse da dottor Jekyll in alcuni momenti e da mister Hyde in altri, e
questo mi incuriosì, spingendomi a osservarla con più attenzione. Per un
periodo pensai che soffrisse di sdoppiamento della personalità, poi capii:
fingeva per integrarsi nel nostro gruppo. Fingeva di appartenere a una famiglia
benestante, fingeva di essere ricca, snob e stronza. Fingeva che suo padre non
fosse un semplice sceriffo di un piccolo paese ma un industriale di non so che
tipo. Come facevo a sapere del vero lavoro di suo padre? Quando tornò a casa
per le vacanze di Natale la seguii di nascosto fino a casa sua, in un buco di
villaggio chiamato Forks, sperduto nella foresta.
Bella nascondeva
l’ironia, la sagacia, la furbizia, l’intelligenza per lasciar posto alla
superficialità, alla sufficienza, all’indifferenza. A volte, se si distraeva o
se qualcosa la coinvolgeva particolarmente, non riusciva a mascherare la vera
sé stessa che prendeva il sopravvento, anche se solo per poco. Mi ero accorto che
quella Bella era divertente, dolce e gentile e non riuscivo a capire perché
volesse cancellarla per poter appartenere a un gruppo di stronzi menefreghisti
come il nostro. Non dissi mai a nessuno la mia scoperta, ma iniziai a
stuzzicare Bella per cercare di vedere riapparire quella parte di lei che mi
piaceva così tanto, che mi faceva battere il cuore più forte. Allo stesso
tempo, mi incazzavo quando lasciava spazio alla finzione e la stuzzicavo in
maniera più aggressiva: mi comportavo da stronzo, lo ammetto. Ma ero arrivato al
punto in cui non facevo che pensare a lei. Bella mi era entrata dentro giorno
dopo giorno, un po’ alla volta, così lasciai Jessica, con cui stavo da qualche
mese. Scoprii che, in fondo, non ci importava nulla l’uno dell’altra. Ci
eravamo messi insieme perché per molti saremmo stati la coppia perfetta, ma ben presto ci eravamo stufati di far parte di
una recita che non aveva nessuno scopo di esistere.
E, soprattutto, io
volevo Bella. La volevo tutta per me.
Eccola lì!
Ci misi solo una
manciata di minuti a raggiungerla. Dopo averla lasciata nel parcheggio della
UCLA, mi ero reso conto che andare in moto senza di lei non era la stessa cosa
e mi ero fermato al primo pub che avevo trovato sulla strada.
Non feci in tempo a
fermarmi che Bella era già accanto a me e, senza aspettare che spegnessi la
moto o togliessi il casco, mi abbracciò. La strinsi forte a me, poi si staccò e
mi alzò la visiera. Il suo sguardo sicuro e raggiante mi inchiodò a lei e
trattenni il respiro in attesa di sentire le sue parole.
«L’ho lasciato.»
Sorrideva, e io con lei.
Mi slacciai il casco e
lo sfilai, ravvivandomi i capelli con una mano prima che lei mi prendesse per
il colletto del giubbotto per tirarmi a sé. Ero ancora in sella, e dovetti
puntellarmi sui piedi per non perdere l’equilibrio mentre si issava sulle punte
per catturare le mie labbra in un bacio dolcissimo. La baciai stringendola tra
le braccia, ma volevo di più. «Sali, andiamo via di qui.»
Bella annuì, infilò il
casco, che naturalmente le allacciai io, e salì dietro di me. Mi abbracciò
stretto con una mano appoggiando l’altra sulla mia coscia, talmente in alto da
sfiorarmi l’uccello e farmelo venir duro. Appoggiai una mano sopra la sua e la
strinsi forte, poi partii in derapata guardandomi alle spalle per non tagliare
la strada a qualche automobile. «Dove vuoi andare?» Le chiesi appena ci
fermammo a un semaforo.
Spostò la mano ancora
più su, proprio sul cavallo dei jeans, e il mio corpo reagì all’istante.
Sorrisi e in risposta accarezzai la sua gamba con studiata lentezza, e lei
strinse le cosce attorno ai miei fianchi.
Cazzo.
Il ricordo della notte
scorsa, quando eravamo nudi e persi l’uno nell’altra, mi provocò un brivido
freddo lungo la schiena. Non vedevo l’ora di affondare ancora in lei: il mio Paradiso.
Come vidi la scritta
“Albergo” seguita da cinque stelle svoltai nel parcheggio. Praticamente
corremmo attraversando il parcheggio e la reception. Mentre svolgemmo le
normali procedure per la nostra registrazione, continuavamo a baciarci e accarezzarci.
Probabilmente non eravamo discreti come credevamo, perché la ragazza dietro il
banco ci guardava senza riuscire a trattenere un sorrisino. Schiarendosi la
voce, ci fece staccare da un bacio, «Non serve che aspettiate che io finisca le
procedure di registrazione, potete ritirare i documenti e firmare i moduli in
un altro momento.»
Annuimmo,
probabilmente con lo stesso sorriso ebete stampato in faccia.
La receptionist ci
allungò la tessera magnetica e ci augurò “Buon proseguimento!” mentre
camminavamo verso l’ascensore a passo veloce. Non aspettai che le porte si
chiudessero e mi buttai su di lei, spingendola contro la parete e premendo i
fianchi contro i suoi per farle sentire quanto la desideravo. Non so come,
riuscimmo ad arrivare alla nostra stanza e, appena chiusa la porta alle nostre
spalle, buttammo a terra i bagagli. Ci spogliammo senza smettere di baciarci, seminando
vestiti per tutta la stanza e in un attimo la feci mia. Questa volta era mia
sul serio, o almeno fu quello che sperai. Ma mi rifiutai di pensarci in quel
momento. Quello era solo il momento di amarla, di farle sentire quello che
provavo per lei, di donarle me stesso.
Dopo
averle regalato tre orgasmi, finalmente mi concessi di venire sussurrando il
suo nome, poi mi accasciai esausto su di lei.
Rimanemmo
in silenzio per un po’. Gli unici rumori nella stanza, erano i nostri respiri e
i nostri cuori che rallentavano pian piano.
«E
così, ora sei single eh?»
Bella
annuì, e io mi voltai su un fianco per guardarla, «E… secondo il tuo codice
morale, quanto dovresti rimanere sola, ora che hai appena chiuso una storia?»
Uno scintillio le
attraversò lo sguardo, «Intendi prima di mettermi con qualcun altro?»
Annuii.
«Uhm, credo finché non
incontrerò qualcuno che mi faccia battere il cuore, e a cui io faccia lo stesso
effetto. Io e Riley ci siamo lasciati di comune accordo, quindi non ho nessun
obbligo.» sorrise maliziosa.
Fissai lo sguardo nel
suo e abbassai il tono di voce, «E cosa deve fare un ragazzo per farti battere
il cuore?»
Lei sorrise,
timidamente impacciata, «Nulla. Non deve fare nulla. Non è per quello che un
ragazzo fa, è per come lo fa, per com’è. Per quello che
sento quando lui è vicino.»
«E cosa senti quando
sei vicino a me?» In quel momento era il mio cuore a battere furioso nel petto,
ed ero sicuro che lei lo sentisse.
Bella mi guardò
prendendosi il labbro inferiore tra i denti e, quando parlò, la sua voce era
poco più che un sussurro, «Mi fai battere forte il cuore.»
Le presi una mano e,
senza smettere di guardarla negli occhi, me l’appoggiai sul petto, per farle
sentire che per me era la stessa cosa. «Perfetto.»
Quando ci baciammo,
finalmente sapevamo di appartenerci.
*
*

Mi è piaciuta tantissimo questa storia! E quando ho letto: «Lì con te, Bella.» ... mi sono sciolta!
RispondiEliminaPerché non esiste un uomo come lui nella realtà? UFFF!
Come già detto, questa storia mi è piaciuta tantissimo, è scritta molto bene e le situazioni si evolvono con tempi, secondo, me corretti. Brava! e grazie per aver condiviso la tua storia con noi!
Tenerissima anche questa!!!!
RispondiEliminaUn' appassionata e romanticissima storia da ombrellone e sdraio in riva al mare!
Un solo neo: le perle alla vaniglia che Edward mette nella vasca da bagno... Eh no!! Un macho ci versa un po' di bagnoschiuma al sandalo! Un biker con le perle alla vaniglia non s'e' mai visto!! Ahahhahahahahah!!!
Comunque a parte gli scherzi schiumosi, bella storia, ben scritta, coerente.
Brava!!
Bellissima storia! complimenti!
RispondiEliminaScritta bene e molto carina. Grazie di aver partecipato.
RispondiEliminaQuanto mi piacciono le storie romantiche vecchio stile!!! Ed io ho adorato Edward da quando ha sorseggiato la birra e stampato il suo sorriso-marchio-di-fabbrica a Bella!!! Complimenti!!!
RispondiEliminaAleuname
1 punto.
EliminaAleuname.
Una bella storia, un lieto fine, romanticismo a gogò. Adoro i biker, forse perché lo sono anch'io.
RispondiEliminaBrava l'autrice, attenta e precisa.
JoTyler
Ma che bella questa storia!
RispondiEliminaArrivata quasi alla fine mi sono detta che mi mancava solo un Epov e me l'hai dato!grazie!
Mi sono piaciuti molto questo due e le loro mani sulla moto ad intrecciarsi e cercarsi. E mi è piaciuto pure il distacco di Edward perché (purtroppo) è molto realistico ...ed è stato in quel momento che ho sentito il bisogno di capire cosa stava dietro al suo comportamento...
brava e grazie all'autrice.
Storia molto carina. Amo molto i ragazzi sexy che guidano le moto e questo Edward mi ricorda tanto un ragazzo che conoscevo quando avevo diciassette anni. Manco a farlo apposta aveva gli occhi verdi ma era moro moro.
RispondiEliminaLa storia è ben scritta, anche se in alcuni punti i concetti si ripetono. Avevo pensato da subito che Edward sapesse il piccolo segreto di Bella e il suo punto di vista me lo ha confermato... ma è stato bravo a non tradirsi e a cogliere l'attimo giusto per far sua la ragazza di ci era innamorato da sempre.
Brava e grazie...
Brava, una storia molto carina, fresca, romantica e divertente come una classica comedy americana. Edward biker ma in versione dolce e protettiva è davvero irresistibile! Ottimo svolgimento ben calibrato, adorabili e ben descritti i momenti di complicità sulla moto e il senso di libertà che prova chi viaggia in moto per la prima volta. Complimenti e grazie!
RispondiEliminaStoria romantica di cui apprezzo soprattutto il personaggio maschile. Edward ha saputo cogliere indizi della personalità di Bella che neppure il fidanzato aveva notato, si è dato la pena di cercare di comprendere le apparenti incongruenze dei suoi comportamenti, ma non è stato così rude da smascherare il bluff della ragazza per non ferire i suoi sentimenti ed esacerbarne le fragilità. Sceglie una soluzione soft nella speranza di aprirle gli occhi e farle capire che non deve vergognarsi di chi è veramente, anche se questo implica il rischio di soffrire nel caso in cui lei non “rinsavisca”. Per fortuna tutto è bene ciò che finisce bene e il prode Riley toglie le castagne dal fuoco a tutti.
RispondiEliminaAdorabile racconto che ho apprezzato soprattutto perche' scritto con una forma e dei termini confacenti all'eta' dei personaggi descritti. Sono ragazzi che ragionano da ragazzi e ogni parola ed emozione espressa lo confermano. Sono tornata adolescente...che bello.:). Edward dolcissimo e Bella pure...grazie!
RispondiEliminaPer una romanticona come me, non può che piacermi questa storia.
RispondiEliminaBrutto... brutto risveglio ma poi è andato tutto come doveva andare.
Grazie
JB
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
RispondiEliminaVoto 3
RispondiEliminaQuesto commento è stato eliminato dall'autore.
RispondiEliminaStoria molto Bella....magari esistesse un Edward così.
RispondiEliminaMi sarebbe piaciuto sapere anche oltre dove ti hai scritto per la mia curiosità non per altro.
Voto 2
Molto, molto carina!! Mi è piaciuta tantissimo, mi sono piaciuti i loro scambi e hai reso Edward molto hot. Ha ragione Francies, il linguaggio che hai usato è perfetto per loro e hai reso il dipanarsi della storia coinvolgente e stuzzicante. So che sei molto puntigliosa sui particolari ed è per questo che mi permetto di dirti che, se non ho compreso male, hai citato la Death Valley un paio di volte chiamandola Dead, così puoi correggere e te lo dice una che ha citato mille volte il Super Bowl chiamandolo Superball!
RispondiEliminaMi è piaciuto moltissimo il viaggio in moto con i particolari tipici di chi va su questo sexy mezzo, dimostrando di sapere di quel che parli.
Bravissima!
Sparv
2 punti
RispondiEliminaSparv
1 punto. Grazie!
RispondiEliminaA questa storia romantica, giovane e positiva il mio 3
RispondiEliminaFantastica storia! Leggera, senza tanti drammi, hot. Una delle mie preferite in assoluto. Ben scritta e ben delineati i personaggi. Complimenti!
RispondiElimina2 punti
RispondiElimina3 punti
RispondiElimina1
RispondiElimina3
RispondiElimina1 punto
RispondiElimina2
RispondiEliminaMi è piaciuta tantissimo. Quando ho letto la sinossi, per un attimo, ho immaginato una storia un po' lenta invece hai saputo darle uno sviluppo perfetto e un ritmo coinvolgente. La descrizione della notte di passione è veramente bella e calda. Ovviamente il finale super romantico mi ha fatto emozionare. Una degna conclusione per una storia molto bella e ben scritta.
RispondiEliminaComplimenti.
Storia ben scritta, belle descrizioni, romantica al punto giusto. Brava!!!
RispondiEliminaVOTO 2
RispondiEliminaVOTO 1
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