lunedì 5 settembre 2016

IL VIAGGIO DI BELLA


LOGLINE: Un segreto da tenere nascosto e un viaggio in moto per trovare l’amore.

SINOSSI: Tra qualche giorno è il primo anniversario di Bella e Riley, ma quest’ultimo frequenta la prestigiosa UCLA (Università della California, Los Angeles) e quindi non potranno vedersi. Bella vorrebbe andare da lui e fargli una sorpresa ma non sa proprio come raggiungerlo. Quando Edward si offre di accompagnarla non ne capisce il motivo, visto che tra loro i rapporti sono sempre stati tesi. Inoltre Bella nasconde un segreto: riuscirà a tenerlo nascosto a Edward nonostante il viaggio li costringa a stare a stretto contatto per così tanto tempo?

GENERE: commedia/erotico

RATING: rosso





«Ti accompagno io.»
Ci voltammo tutti verso Edward.
«Cosa?!» il mio tono di voce era più alto di quello che avrei voluto, ma mi aveva davvero sconvolta. «Che cos’hai detto?»
«Ho detto che ti accompagno io.» il suo tono era calmo e rilassato mentre sorseggiava la birra direttamente dalla bottiglia.
«Lo fai per abbandonarmi da qualche parte, vero?» No, la mia non era una battuta: se lo avesse fatto davvero, non me ne sarei affatto stupita.
Sorrise e bevve ancora mentre mi guardava, anzi, mi fissava intensamente, procurandomi un brivido freddo lungo la schiena. Oddio, non avrei mai ammesso a voce alta che me l’aveva provocato Edward.
«Sono un pessimo attore, vero? Mi hai scoperto. Avevo pensato di fare una deviazione e abbandonarti nel bel mezzo della Dead Valley.»
«Ecco, volevo ben dire.»
«Bella, non scherzavo. Ti porterò io da Riley.»
Lo guardai torva, «E perché lo faresti? Tu mi odi!»
Edward sghignazzò, poi mi guardò, «Io non ti odio. Mi stai sul cazzo quando fai la principessa sul pisello o ti atteggi a reginetta del ballo.» Il suo sguardo era intenso, i suoi occhi penetranti. Dio, quegli occhi! Avevano una splendida tonalità che era una via di mezzo tra il verde e l’azzurro e, quando mi fissava, il mio cuore saltava un battito e non ricordavo più come si faceva a espirare.
«Quindi sempre.» disse Jessica, facendo ridacchiare tutti.
«Ah-ah! Grazie eh?» Misi il broncio abbandonandomi contro lo schienale. Cercavo di non ascoltare le risatine dei miei amici mentre riflettevo sulle parole di Edward: mi atteggiavo davvero a “principessa sul pisello”? Non era colpa mia, cavolo! Loro, i ragazze seduti a quel tavolo, appartenevano tutti a famiglie benestanti di Seattle e io ero la figlia dell’ispettore capo della polizia di un piccolo paesino sperduto in mezzo alla nebbia, Forks. Perciò mi ero inventata una vita, una famiglia ricca e cercavo di… comportarmi da ragazza ricca, ovviamente. Edward stava forse dicendo che stavo esagerando? Che risultavo antipatica?
«Ouch!» sussultai quando qualcosa mi colpì a una guancia. Sentii delle risatine e mi guardai attorno, ma non capii cosa fosse stato. Qualcos’altro mi colpì di nuovo, questa volta in fronte. Guardai in basso e vidi una nocciolina rotolare sulle mie gambe e cadere a terra e, quando alzai lo sguardo, vidi Edward che cercava di trattenere una risatina. In mano teneva una nocciolina e, quando si accorse che lo fissavo, alzò le sopracciglia.
Stronzo.
«Senti, è il vostro anniversario, no? E tu vuoi stare con lui. Non hai un’auto e hai paura dell’aereo: o hai imparato come tele-trasportarti, o non ti resta che accettare un passaggio. Da me.» mi guardò alzando le spalle, come a dire “Ovvio, no?”
Per la cronaca: non era vero che avevo paura di volare. Solo che il biglietto costava troppo e non potevo assolutamente permettermelo. E avevo mentito riguardo alla macchina: vivendo all’interno del campus non mi serviva, quindi facevo finta di non averla. In realtà possedevo uno scassatissimo pick-up che, comunque, non ce l’avrebbe mai fatta a coprire quell’enorme distanza.
Lo guardai torva: «E perché lo faresti?»
Alzò nuovamente le spalle con noncuranza, «Ho appena finito il rodaggio della mia nuova moto, e ho proprio voglia di fare un bel giro. Per i prossimi giorni non ho impegni, Los Angeles è una figata, quindi… Perché no?»
Sorrise.
Ommioddio! Che sorriso magnifico! E quelle labbra? Sembravano chiamarmi. Mi costrinsi a distogliere lo sguardo per riprendere a ragionare in maniera normale.
Oh, cavolo! «Come, scusa? M-moto? Stai scherzando? Vorresti portarmi lì… in moto?!» Ero scioccata.
«Ovvio, in macchina ci vorrebbero due giorni di viaggio. E dovremmo interagire e fare conversazione tra di noi. Orribile, vero?»
«Già, orribile.» Probabilmente ci uccideremmo a vicenda.
«Vengo a prenderti domani mattina, alle 7. Porta poca roba, non ho il baule di un pick-up. E vestiti comoda.» Lo guardai, cercando ancora di capire se stesse scherzando o no, ma tutto quello che ottenni fu un sorriso e un occhiolino.
Oh, cuore! Riprendi a battere, ti prego!
La mattina dopo, alle 7 in punto, sentii bussare piano alla porta della mia stanza, nel dormitorio dell’Università. La socchiusi e quando vidi Edward in attesa la aprii, permettendogli di entrare.
«Buongiorno, sei pronta?»
Annuii. «Buongiorno anche a te. Mi stavo chiedendo se saresti venuto davvero.»
Edward rise a bassa voce per non svegliare Angela, la mia compagna di stanza. «Forza, fammi vedere il tuo bagaglio.»
Gli feci vedere i due zaini a terra e lui scosse la testa. «Mmhh. No. Uno ok, lo tieni sulle spalle, ma l’altro?»
«Non ce l’hai il bauletto?»
«Il… cosa?» Il tono di Edward era salito di un’ottava, sembrava sconvolto. «Bauletto?» lo pronunciò come se si trattasse di una terribile malattia venerea. «Stai scherzando?»
Tentennai, «No, perché? Potrei portare via più cose…»
Sospirò, come se dovesse spiegare fisica quantistica a un barboncino, «Punto primo: il…» fece un po’ di scena chiudendo gli occhi e sospirando nuovamente, «quel coso rovina l’estetica della moto. Di qualsiasi moto. Non ci dovrebbe neppure stare, su una moto.»
«Ma-»
«Punto secondo: sulla mia moto non ci sta. Ma anche se ci stesse-»
«Non lo metteresti, ho capito. Rovina l’estetica.»
«Esatto!» Lo disse con soddisfazione, come se il barboncino avesse capito la lezione.
Delusa, decisi di eliminare alcune cose superflue, come la trousse dei trucchi e un paio di scarpe con il tacco, poi riuscii a comprimere tutto il resto in uno zaino solo ed Edward sembrò finalmente soddisfatto. Lui aveva messo tutto in due piccole sacche che aveva appeso, in via del tutto eccezionale, ai lati posteriori della moto. Come cacchio aveva fatto? Uomini! Potrebbero vivere una settimana con una sola t-shirt.
Edward mi fece indossare un giubbotto con le tipiche imbottiture da motociclista che aveva portato appositamente per me, poi scendemmo al parcheggio. Quando ci trovammo davanti alla moto mi diede un colpetto col gomito: «E tu, lì, metteresti un… un… un…?»
Mi voltai, «Ti è venuta una paralisi?»
«Quasi.»
Effettivamente, sarebbe stato come vedere la moto di Valentino Rossi col bauletto. Inguardabile. Lo so, lo so che avrei dovuto pensare a Nicky Hayden, che è il nostro portabandiera, ma io tifo per gli italiani!
Quando ci avvicinammo, iniziarono a tremarmi le gambe. «Edward, io non ce la faccio.»
«Non sei mai salita su una moto?»
Scossi la testa.
«Farò tutto io, tu devi solo rilassarti, ok?»
Annuii, ma non ero convinta per niente. Mi porse un casco, che feci un po’ fatica a infilare ma che, una volta indossato, era perfetto. Lo allacciò e mi passò un paio di guanti. Trascorremmo alcuni minuti in cui mi spiegò come dovevo comportarmi in caso di frenata o accelerata, dove tenermi e tutto il resto. Quando mi disse che dovevo tenermi a lui, abbracciandolo, avvampai. Oh, cavolo!
Edward salì sulla moto in maniera aggraziata (e sexy. Tremendamente, tremendamente sexy), e io seguii le sue indicazioni per salire al mio posto, dietro di lui.
«Pronta?»
«No.»
Lo sentii ridere. «Abbracciami.»
«Come, scusa?»
«Non ci sto provando, Swan. Ma se non ti attaccassi a me, cadresti alla prima accelerata. E, se proprio dovesse succedere, vorrei godermi la scena. Quindi, abbracciami.»
Feci un sospiro e gli cinsi la vita con le braccia.
«Più stretto.»
Sospirai un’altra volta e strinsi la presa. Lui appoggiò una mano sopra la mia: secondo le istruzioni di prima, per farmi capire che mi dovevo tenere stretta. Quando partimmo, avevo ancora la visiera sollevata e l’aria che sentii sul viso era davvero piacevole, finché non mi finì un maledetto moscerino in un occhio. Procedemmo per alcuni minuti a bassa velocità, per darmi modo di prendere confidenza col mezzo e con il tipo di guida di Edward. Fece sorpassi, frenate non troppo brusche e altre manovre, avendo sempre la premura di avvisarmi mettendo la mano sulla mia quando accelerava.
Dopo un quarto d’ora, ci fermammo in un parcheggio.
«Che succede?» chiesi sporgendomi in avanti.
Edward spense il motore. «Hai fatto colazione?»
Il mio stomaco brontolò, rispondendo al posto mio, e mi resi conto di non aver fatto in tempo. Scossi la testa, e solo in quel momento mi accorsi che ci trovavamo davanti a un piccolo bar. Entrammo e ci sedemmo a un tavolino: per la prima volta, io e Edward eravamo soli. Ci punzecchiammo un po’ come da nostra abitudine: lui mi prese in giro perché mi ero sporcata il viso con lo zucchero a velo della brioche, e io presi in giro lui perché la cameriera aveva disegnato due piccoli cuori sul suo cappuccino. Scoprii, con inaspettata sorpresa, che era una compagnia davvero piacevole. A volte mi lanciava lunghe occhiate che mi infiammavano il viso, e non solo.
Quando fu il momento di ripartire, mi resi conto che non ne avevo per niente voglia: avrei preferito rimanere lì, con lui. Per questo pensiero mi sarei cavata gli occhi con una forchettina da dolce.
Prima di risalire su quell’arnese infernale con meno ruote di quello che la sanità mentale prevedeva, Edward si fermò. «Ti pesa il silenzio?»
«In moto, dici? Beh, mi piace viaggiare con la musica in sottofondo, questo sì. Perché?»  
Sorrise, infilando una mano nella tasca interna del giubbotto, «L’avevo immaginato, tieni.» disse porgendomi un lettore Mp3. «Non so se abbiamo gli stessi gusti, mal che vada lo spegni.»
Rimasi a fissare la sua mano: Edward era sempre stato un tipo geloso delle sue cose e il fatto che avesse pensato a me, che lo avesse portato appositamente per me, mi lasciava basita. Allungai la mano per prenderlo e le mie dita toccarono le sue. Una leggera scossa elettrica mi attraversò il braccio ma feci finta di nulla. Mi osservò mentre indossavo l’auricolare («Uno solo, devi prestare attenzione ai rumori della strada, e mi devi sentire se ho bisogno di parlarti.» borbottò) e il casco, poi mi legò la piccola custodia al polso. «Non ti distrarre troppo, non vorrei perderti da qualche parte, ok?»
Annuii, salimmo, accesi l’Mp3 e lo abbracciai stretto. Il piano di viaggio prevedeva due soste a metà mattina e metà pomeriggio per sgranchirci, una per il pranzo e, ovviamente, una per cena e pernottamento.

***

Andare in moto era molto piacevole. Di più: era davvero una figata! Mi gustavo il paesaggio da una prospettiva diversa: sembrava di farne realmente parte, non di essere una semplice spettatrice che guarda tutto da dietro un vetro. Senza contare la scarica di adrenalina che accompagna il brivido che si prova durante un’accelerata o un sorpasso e il rumore cupo in sottofondo, che fa quasi compagnia. Sentire l’aria addosso mi dava la sensazione di volare, e mi trasmetteva un senso di libertà mai provato prima, che svuotava il cervello e lasciava solo spensieratezza. Quando vidi che davanti a noi la strada era deserta mollai la presa su Edward, aprii la visiera e chiusi gli occhi, spalancando le braccia come fossero ali. Lo sentii ridere, poi frenò dolcemente per diminuire la velocità e lasciò il manubrio, allargando le braccia come me. Lo fece per poche decine di metri, ma la sensazione fu di assoluta libertà. E complicità. Stare sulla moto con lui era come far parte di lui, del suo mondo, e stringermi a lui era…
No, cazzo, no! Stringere Edward non faceva parte delle bellissime sensazioni legate all’andare in moto. Non poteva farne parte, non doveva essere piacevole.
Scacciai subito qualsiasi pensiero positivo su Edward e mi concentrai sul paesaggio e sulla musica. Avevamo gusti simili: alcune canzoni contenute nel suo lettore non le conoscevo, ma mi piacevano tutte, e la colonna sonora rendeva più piacevole il viaggio.
Stare seduta sulla moto, però, non era proprio comodo, anche se era stata progettata per portare un passeggero. Per fortuna Edward aveva previsto delle soste per sgranchirci le gambe e… il sedere. Lui non ne aveva bisogno: quando era in sella si capiva che si sentiva a suo agio, sarebbe andato avanti a oltranza se io non avessi cominciato a muovermi ogni trenta secondi.
Quando ci fermammo, sghignazzò: «Ti serve un massaggio rilassante al sedere?»
Alzai un sopracciglio e lo schernii, «Ti piacerebbe, eh?»
Lui alzò le spalle, «Beh, non posso negare.»
Rimasi a fissarlo, sbigottita: ero convinta che, invece, l’avrebbe fatto.
«Ci stai facendo un pensierino?» sorrise, facendomi l’occhiolino.
«No!» risposi accigliata. Pensierino? Uhm, sarebbe più giusto definirlo sogno ad occhi aperti.
«Ammettilo! Lo so che ci stai pensando. Non ci sarebbe nulla di male.»
«Ti ho detto di no. Smettila!» Avvampai immaginando davvero le sue mani sul mio sedere.
Questa cosa mi stava sfuggendo di mano. Edward era antipatico, io gli stavo antipatica e dovevo ancora capire perché mi stesse accompagnando. E poi, anche se era uno dei ragazzi più sexy che io avessi mai conosciuto, avevo un ragazzo: certi pensieri non dovevo assolutamente farli.
«Dai, entriamo.»
Annuii e, seguendolo all’interno del piccolo ristorante, non potei fare a meno di guardargli il sedere. E la schiena. E ancora il sedere. Ma aveva sempre avuto quel corpo meraviglioso? Quelle gambe chilometriche? La cosa più misteriosa di tutte, però, erano i suoi capelli. Appena tolto il casco, erano un po’ schiacciati sulla testa, ma bastò che ci passasse le mani un paio di volte, e quelli stavano ancora belli dritti e scompigliati. Mentre pranzavamo, cercai di non pensare che, dopo una notte di sesso, i suoi capelli sarebbero stati arruffati allo stesso modo. Da lì a chiedermi come fosse Edward a letto, il passo fu breve. Era dolce? Oppure brusco? Mi ricordai che, quando stava insieme a Jessica, nei discorsi tra ragazze capitava che ci parlasse di lui. Raccontava che quando facevano sesso a volte era distante e distaccato, teneva spesso gli occhi chiusi e lei aveva avuto più volte la sensazione che pensasse a un’altra. Nonostante questo, non era mai rimasta insoddisfatta, anzi. Inoltre ci aveva raccontato che era davvero ben dotato, e ricordo che avevo passato qualche giornata a fissargli il cavallo dei pantaloni in ogni momento possibile.
«Ouch!» un colpetto in fronte mi ridestò dai pensieri totalmente inappropriati che stavo facendo su Edward. Vidi un pezzetto di pane rotolare sulla tovaglia dopo avermi colpito la fronte e, quando alzai lo sguardo, il respiro mi si incastrò da qualche parte attorno alle corde vocali. Edward mi stava guardando così intensamente da farmi avvampare e i suoi occhi erano di una tonalità di verde talmente brillante da ricordarmi le foreste della mia Forks, in una giornata di sole dopo un temporale primaverile. Non riuscii a distogliere lo sguardo e neanche a parlare o a muovermi.
Anche lui rimase qualche secondo immobile: sembrava colto alla sprovvista, sorpreso, non so se dalla mia reazione o da qualcos’altro.
Fu l’arrivo del cameriere, venuto a servire le nostre ordinazioni, a spezzare il legame.
«A cosa pensavi? Ti ho chiamata più volte.»
Arrossii, «Nulla di che. Mi era tornata in mente una cosa di cui mi aveva parlato Jessica.»
Edward assottigliò lo sguardo, «Ti ha messa in guardia su di me?»
Mi scappò una risatina, «Più o meno.»
Sorrise a sua volta, «Credo che farò una telefonata a Jessica. Devo sapere cosa ti ha detto per farti incantare in quella maniera.»
Mi andò di traverso il boccone e tossii, coprendomi la bocca col tovagliolo per non sputacchiare tutto.
Edward scoppiò a ridere, «Ommioddio! Di cosa avete parlato?»
«Niente!» urlai, con troppa foga, «Era un discorso di tanto tempo fa, neanche se lo ricorderà più!» Altroché se se lo ricordava: aveva detto che non avrebbe mai dimenticato il sesso con lui.
Mi lanciò un’occhiata dubbiosa: di sicuro sapeva che le ragazze fanno gli stessi discorsi dei ragazzi. Per fortuna, però, lasciò cadere il discorso, e sperai che non lo riprendesse in un altro momento.

***

Una volta che fummo ripartiti, il nostro scambio di battute continuava a tornarmi in mente. Ad un certo punto chiusi gli occhi immaginando le sue mani sul mio corpo e, involontariamente, lo strinsi forte, abbracciandolo. Senza rendermene conto, strinsi anche le cosce attorno ai suoi fianchi.
Dio! Da quando andare in moto con un ragazzo era una cosa così sensuale ed eccitante? Eppure, avrei dovuto pensare che avrei avuto Edward tra le gambe per due giorni.
«Tutto bene?» Chiese, appoggiando nuovamente la mano sopra le mie. Sicuramente aveva notato il mio strano abbraccio, ma sperai non ne avesse capito il motivo.
«Sì, grazie, solo un brivido.»
La sua mano rimase sulla mia per alcuni minuti. Quando procedevamo tranquilli, mi tenevo a lui solo con un braccio e appoggiavo l’altra mano sulla sua gamba, abbastanza in su, diciamo sulla coscia. Le prime volte non me ne ero resa conto subito. Era un gesto per cambiare posizione e sgranchirmi, per non essere sempre in tensione, ma me ne rendevo conto dopo un bel po’, allora la spostavo. In un’occasione, però, appoggiò la mano sopra la mia, così non potei più spostarla. E non mi dispiacque affatto.
Durante il tragitto mi distrassi, rapita dalla musica e dalla sensazione del mio corpo premuto contro il suo. All’improvviso mi trovai catapultata contro di lui, il mio casco colpì violentemente il suo e la moto si impennò a causa di una brusca frenata, alzandosi sulla ruota anteriore. Terrorizzata, urlai aggrappandomi stretta a lui, e lo sentii imprecare. Quando la moto si riabbassò di colpo, mi accorsi di tremare e sentii il cuore battere a mille. Guardai davanti a noi e vidi una macchina di traverso, che ci aveva tagliato la strada. Edward girò la testa verso di me mettendo una mano sulla mia gamba, poco sopra al ginocchio, «Stai bene?»
Annuii, ma sentii gli occhi riempirsi di lacrime. Sembrava che mi si stesse chiudendo la gola, rendendomi più difficoltoso respirare. Avevo la sensazione che mi stesse per venire un attacco di panico, o qualcosa del genere. Attraverso la stoffa del guanto e dei jeans sentii il calore della sua mano sulla pelle, un calore piacevole, che mi aiutava a mantenere la calma.
«Bella?»
«Ho… ho bisogno di scendere, per favore.»
Edward annuì. Tenne la mano sulla mia gamba, stringendola dolcemente, e guidò la moto in uno spiazzo alla nostra destra. Una volta che ci fummo fermati mi aiutò a scendere. Quando misi entrambi i piedi a terra ebbi un capogiro, ma lui mi afferrò prima che svenissi. Camminammo per alcuni metri, finché non mi fece sedere a terra inginocchiandosi di fronte a me. Mi aiutò a togliere il casco, poi sentii qualcosa di fresco sul viso e sul collo, «Respira, Bella. Sono qui, concentrati e respira. Dentro per il naso, fuori per la bocca, forza.» alzai gli occhi su di lui: sorrideva, ma nel suo sguardo leggevo la tensione. Mi passò ripetutamente qualcosa fresco e bagnato sul viso, «Vuoi bere?»
Annuii e, come per magia, nelle sue mani comparve una bottiglietta d’acqua, da cui bevvi alcuni piccoli sorsi. Con lui vicino mi stavo calmando, mi concentravo sulla sua voce e sulle sue carezze e lentamente ripresi a respirare regolarmente. Mi accorsi che si era sfilato i guanti e, istintivamente, gli afferrai una mano. Era folle, ma avevo bisogno di un contatto maggiore con lui, che lo capì e intrecciò le dita alle mie. Piano piano, accanto a noi apparvero dal nulla almeno una decina di persone: probabilmente erano lì fin dall’inizio, ma io non avevo avuto occhi che per Edward.
Quando fu sicuro che stessi meglio, mi aiutò a rialzarmi, «Passato?»
«Sì. Scusami, non so cosa mi sia preso.»
«Non devi scusarti, può succedere. Te la senti di risalire? Solo per un po’, cerchiamo un posto per la notte.»
Annuii, «Va bene.»
Percorremmo pochi chilometri a un’andatura molto lenta e continuò a tenere le dita incrociate alle mie, stringendole. Per fortuna trovammo un albergo dopo pochi minuti e, mentre attraversavamo l’ingresso, fin poi nella nostra stanza, tenne un braccio attorno alla mia vita, sorreggendomi. Si occupò di tutto, e io non dissi neppure una parola. Quando arrivammo in camera mi fece sedere sul letto e mi tolse giubbotto e scarpe, e poco dopo, mi sentii trascinare giù, sul materasso. Si era steso e mi aveva tirata contro di lui per stringermi in un abbraccio. Mi accoccolai contro il suo petto, il viso nell’incavo tra spalla e collo, e mi trovai avvolta da un profumo fresco, di pulito. Poi annusai più profondamente e sentii il suo profumo, quello della sua pelle, e lo trovai buonissimo, così buono che non avrei più voluto spostarmi da quell’abbraccio. Gli misi un braccio sul fianco e incrociammo le gambe: era una posizione molto intima e mi sentivo perfettamente a mio agio.
Non so quanto tempo rimanemmo lì, ma lui non smise di stringermi e accarezzarmi i capelli nemmeno un istante.
«Vuoi fare un bagno caldo? Ti aiuterebbe a rilassarti.»
«Dopo. Posso stare qui ancora un po’?»
«Certo.» La sua voce era bassa, il tono dolce e rassicurante.
Quando mi resi conto di essere sul punto di addormentarmi, decisi di accettare la proposta per quel bagno caldo.
«Resta qui, vado a preparartelo.»
«Non devi.» risposi, tirandomi su.
«Lo so.» sorrise e mi diede un bacio in fronte, poi si alzò dirigendosi in bagno.
Sospirai e quando tornò mi trovò seduta sul bordo del letto. Mi accompagnò in bagno, «Cerca di non addormentarti, ok? Io intanto vado a prendere le cose in moto, ci metterò pochissimo.»
Annuii nuovamente e, quando uscì, iniziai a spogliarmi. Edward aveva riempito la vasca di acqua calda ma non bollente, e vi aveva messo delle perle profumate alla vaniglia, che avevano creato una morbida schiuma. Mi immersi con piacere e iniziai subito a rilassarmi.
Dopo alcuni minuti, Edward bussò con due tocchi leggeri, «Tutto bene?»
«A meraviglia.»
«Ottimo.»
Mi aspettavo qualcuna delle sue solite battutine, ma non ne fece. Sentii che accese la tv e la sintonizzò su un canale che trasmetteva solo musica. Quando l’acqua iniziò a raffreddarsi, mi lavai con calma e mi avvolsi in un telo doccia. Per la prima volta mi guardai attorno: il bagno era grande e lussuoso, l’arredamento curato ed elegante. Si trattava un albergo costoso e, sicuramente, avrei speso meno se avessi preso l’aereo. Se non fossi stata sotto shock avrei potuto cercare di convincerlo a scegliere qualcosa di più economico, accidenti! Ci avrei messo anni a restituirgli la mia parte.
Va beh, ormai era andata così. Feci un paio di profondi respiri e uscii tamponando i capelli.
Edward era sdraiato di traverso sul letto, le mani dietro la testa e la maglietta sollevata, che lasciava intravedere una sottile linea di pelle su fianchi e addome. Aveva gli occhi chiusi ma, quando mi sentì uscire li aprì, mettendosi seduto in un unico movimento fluido.
Ci fissammo e, dopo alcuni istanti, il suo sguardo scivolò fino ai miei piedi per poi risalire lentamente.
Mi sentii nuda e avvampai, ma non mi ritrassi: essere guardata da lui in quel modo era piacevole ed estremamente eccitante. Il suo sguardo era fuoco liquido che incendiava ogni centimetro di pelle su cui si posava e, chiudendo gli occhi, mi sembrava di sentire le sue dita scorrere leggere sul mio corpo. Deglutii, incapace di muovermi, incapace di parlare e di esprimere quello che stavo provando, quello che lui mi stava facendo provare. Il mio cuore galoppava così veloce che mi sembrava stesse ruzzolando giù per qualche rampa di scale.
Sentii un fruscio ed aprii gli occhi. Edward mi venne vicino, appoggiò una mano sulla mia guancia e, guardandomi intensamente negli occhi, mormorò: «Mi fa piacere vedere che stai meglio.»
Deglutii cercando di ricacciare giù il mio strambo cuore, incastrato da qualche parte nella gola, «Grazie. E grazie anche per essermi stato vicino.»
«Di nulla.» Sussurrò, come se anche lui facesse fatica a trovare la voce. Continuò a guardarmi e io non capii più nulla.
Avvicinò impercettibilmente il viso al mio, poi sbatté ripetutamente le palpebre come se si fosse risvegliato in quel momento. Schiarendosi la voce, fece un passo indietro e lasciò cadere la mano lungo il fianco. «Mi auguro che tu abbia fame, perché io ne ho parecchia. Ora vado a fare la doccia, poi andiamo a cena, va bene?»
Annuii. Quando mi guardava così, le parole mi morivano in gola.
Sentii l’acqua scorrere in bagno e feci fatica a non immaginarlo sotto la doccia. Andiamo bene!
Mille domande continuavano a ronzarmi in testa: cos’era successo? Perché mi aveva guardata così? E perché mi faceva quell’effetto, così intenso e quasi violento?
Per distrarmi iniziai a vestirmi: misi della biancheria pulita e indossai un paio di jeans con una maglia leggera a maniche lunghe, blu scura. Non appena fui pronta, Edward uscì indossando solo un paio di boxer aderenti neri e un asciugamano sulle spalle.
Mi proibii categoricamente di guardarlo, ma i miei occhi non riuscirono a rimanere fissi sul suo viso e scivolarono lungo il corpo. Fui consapevole che non sarei più riuscita a dimenticare quel momento, quel corpo. Cavolo, Edward era splendido. Mi soffermai a guardargli addominali e pettorali e sono quasi sicura che mi sfuggì un gemito.
Qualcosa di morbido e umido mi colpì al viso, alzai lo sguardo e vidi Edward sogghignare.
«Ehi!» urlai.
«Qui,» si indicò l’angolo destro della bocca, «asciugati qui. Stai sbavando.»
«Idiota!» ringhiai rilanciandogli l’asciugamano.
«Mi fa piacere vedere che stai meglio. Andiamo a cena?»
Sbuffai.
Edward si avvicinò alle due piccole borse che aveva lasciato sul divanetto, e tirò fuori un paio di jeans e una maglia aderente bianca. Diedi mentalmente l’addio ai miei ultimi due neuroni, sopravvissuti dall’averlo visto praticamente nudo.
Uh! Solo in quel momento mi accorsi che il letto era matrimoniale. Rimasi a fissarlo perplessa, chiedendomi come avrei fatto a dormire accanto a lui. Già sarebbe stato difficile nella stessa stanza, ma nello stesso letto?
Sentii Edward schiarirsi la voce e mi voltai a guardarlo, «Era l’unica stanza rimasta, mi spiace. Se per te è un problema-»
«No!» lo interruppi, con forse un po’ troppa veemenza. «No, non c’è nessun problema, figurati.»
Lui annuì, ma non riuscii a capire se l’avessi convinto oppure no.
Quando entrammo nella sala ristorante dell’hotel, rimasi sorpresa dall’atmosfera romantica ed elegante: le luci erano soffuse, su ogni tavolo c’erano una candela e una rosa rossa, i camerieri in completo scuro. La cena fu davvero piacevole: nonostante l’atmosfera pomposa, noi ridemmo e scherzammo di gusto. Edward ordinò anche un po’ di vino e sicuramente questo contribuì, almeno per quanto mi riguarda, a lasciarci andare.
A fine cena, mi chiese se avessi piacere di uscire a fare una passeggiata. Ero tentata: stare con Edward era davvero piacevole, ma avrei dovuto rispondergli che preferivo andare in camera. Meno di ventiquattr’ore prima, ero convita che lui mi detestasse, e anche io lo detestavo. Durante la giornata avevo avuto modo di conoscerlo meglio e di scoprire alcuni aspetti del suo carattere che fino ad allora ignoravo. Scoprii che questo nuovo Edward mi piaceva, e avevo paura che, passando ancora del tempo con lui, potesse piacermi ancora di più. Mi resi conto che non avevo praticamente mai pensato a Riley. Cavolo! Stavo facendo quasi milletrecento miglia per rivederlo, e non avevo pensato a lui neppure una volta.
Neppure. Una. Volta.
E questo avrebbe dovuto farmi riflettere. Forse (forse? Davvero? Andiamo!) non ero così innamorata di lui come credevo. Avrei dovuto essere felicissima di rivederlo, invece volevo solo andare a fare una passeggiata con Edward, e magari prendergli la mano. E magari camminare abbracciata a lui. E magari baciarlo.
«Pianeta Terra chiama Bella. Pianeta Terra chiama Bella. Rispondi, passo.»
Lo guardai con una terribile consapevolezza: mi piaceva. E questo mi spaventava. Fino a ieri sera, non mi sarei stupita se mi avesse davvero abbandonata da qualche parte nella Dead Valley, come aveva detto di voler fare. Invece ora…
«Ehi! Che cosa succede?» chiese sporgendosi verso di me. Allungò la mano, e credetti che fosse sul punto di afferrare la mia, ma l’appoggiò sul tavolo, le dita a pochi centimetri dalle mie.
Scossi la testa, «Nulla, non ti preoccupare. Sono solo stanca. Preferirei andare a dormire, se non ti dispiace. Ma se tu vuoi uscire…» lasciai la frase in sospeso sperando che non mi lasciasse sola.
«No, meglio che vada a dormire anch’io, domani sarà una giornata lunga.»
Annuii.
Salimmo in camera e, mentre io tiravo fuori dallo zaino il pigiama leggero, lui andò in bagno. Poi andai io e, quando uscii, era già sotto le coperte. Peccato, mi ero persa lo spogliarello. Si era messo una t-shirt nera, aveva piegato in due il cuscino e, con una mano sotto la testa e il lenzuolo abbassato alla vita, stava facendo zapping alla tv. «Vuoi dormire subito? O guardiamo un po’ di tv?»
Guardai lo schermo, stavano dando un thriller. «È presto per dormire, guardo volentieri qualcosa. Se mi addormento, non mi svegliare però, ok?»
Sorrise, «Solo se russi.»
«Io. Non. Russo. Per chi mi hai presa?»
Scosse la testa, sghignazzando come al suo solito.
Mi sdraiai accanto a lui, abbastanza vicino per sentire il calore del suo corpo, ma non abbastanza da toccarlo.
Durante una pubblicità mi tornò in mente un discorso di ieri sera: «Che cosa vuol dire che ti sto…» mi interruppi: non potevo proprio pronunciare “cazzo”. Soprattutto, visto che mi sarei riferita al suo cazzo. Arrossii e mi schiarii la voce e, cercando di far finta di niente, continuai, «Che ti sto sulle scatole quando faccio la…» Oddio! Non potevo neanche dire “pisello”. «La reginetta del ballo?»
Si voltò verso di me e mi guardò negli occhi prima di parlare. «Che secondo me ti atteggi troppo. Vuoi apparire diversa da come sei, forse cerchi approvazione, o forse hai paura di non piacere per quella che sei. Ma quella non sei tu, non sei te stessa e il risultato è che, a volte, risulti antipatica e con la puzza sotto al naso.»
Per alcuni istanti rimasi impietrita dalle sue parole, poi mi tirai su di scatto, «Cosa?»
«Sei tu che l’hai chiesto.»
«Oh, beh, di sicuro non avrei mai pensato che mi avresti insultata in questa maniera!»
Edward sgranò gli occhi e si mise seduto, «Offesa? Non ti ho offesa! Ho detto la verità!»
Non ce la facevo a rimanere a letto e mi alzai, «C’è modo e modo di dire la verità! E offendere non è uno di questi! Sei solo uno stronzo presuntuoso! Mi rispondi sempre male, mi prendi in giro e ora mi offendi? Mica ti ho obbligato io a venire con me! Ti sei offerto tu! Potevi farne a meno se ti sto tanto sul cazzo!» e al diavolo non poter pronunciare certe parole davanti a lui. Ero furiosa per quello che aveva detto, e per il fatto che fosse convinto di aver ragione.
«Quella non sei tu, Bella! Non sei tu! Perché devi fingere di essere chi non sei? Perché?»
Stavamo alzando la voce: se avessimo continuato così, sarebbe venuto il personale dell’hotel per dirci di calmarci.
«Che diavolo ne sai tu, di chi sono io? Che ne sai?» Ero incavolata nera e continuavo a camminare per la stanza avvicinandomi a lui e poi allontanandomi.
«Perché oggi sei te stessa! Con la tua paura! Con le tue battutine sceme! Sei te stessa quando mi abbracci, quando metti la mano sulla mia! Quante volte hai pensato a lui, oggi, eh?»
Mi sentii punta sul vivo, ma non potevo confessare, così lo attaccai, «E a te cosa interessa? Non sono affari tuoi! Non sono affari tuoi se sono antipatica! Non sono affari tuoi se sto con Riley o no!»
Dalla foga, ansimavo. Ero furiosa con lui, ma allo stesso tempo intrigata dal fatto che si fosse accorto di me, della vera me.
Edward avanzò, sul viso l’espressione della rabbia. Con due passi annullò la distanza tra di noi, facendomi arretrare fino a sentire la parete contro la schiena e il suo petto sul mio. «Mi interessa,» sussurrò col viso a pochi centimetri dal mio, «perché quella Bella non mi piace! A me piace questa Bella, quella che si incazza, quella che fa le battute stupide, quella che, per calmarsi, ha bisogno del mio abbraccio, di appoggiare il viso sul mio petto! Mi piace questa Bella, che ha la stessa voglia di baciarmi di quella che ho io di baciare lei.»
Inconsciamente schiusi le labbra e, come se fosse stato un via-libera, lui mi baciò.
Non fu un bacio dolce, come potrei definire quelli di Riley, in cui mi infilava la sua lingua, viscida e molle, in bocca, e poi sembrava non sapere come muoverla. Il bacio di Edward fu forte, prepotente e possessivo. Dopo qualche istante appoggiò una mano sulla mia guancia e io gli misi le braccia al collo, stringendomi a lui. Il suo corpo era forte e muscoloso ed emanava un piacevole calore. Mi sentii protetta, sentii che il mio posto era tra le sue braccia. Con un braccio mi avvolse la vita e, camminando, mi spinse verso il letto. Mi sdraiai, Edward si levò la maglietta e si sdraiò sopra di me. Mi tornarono in mente le sue parole, quelle in cui aveva detto che gli piacevo, gli piaceva la vera me, non quella finta, che voleva far credere a tutti di essere ricca.
Ero avida di lui, avida del suo profumo, della sua pelle: non riuscivo a staccare le mani da quel corpo meraviglioso.
Le sue labbra erano ovunque, mi sollevò la maglia e quando mi alzai la sfilò, gettandola da qualche parte. Non perse un istante e mi slacciò il reggiseno, prendendomi i seni tra le mani. Mentre le sue dita stringevano un seno, pizzicando il capezzolo, la sua bocca baciava e succhiava l’altro, tormentandolo con la lingua. Non avevo mai provato nulla di simile, nulla di così intenso: mi sentivo un fuoco nel petto. E tra le cosce. Lo desideravo da morire.
Ritornò con la bocca sulla mia, e chiusi gli occhi mentre mi prendeva il labbro tra i denti, mordendolo piano. Spinse il bacino contro il mio, facendomi sentire tutta la sua eccitazione e facendomi desiderare ardentemente di sentirlo dentro di me. Strinse un po’ più forte il mio labbro e spalancai gli occhi per la momentanea sensazione di dolore, perdendomi nei suoi, che in quel momento erano di una splendida tonalità di verde intenso. Gli accarezzai le labbra con la lingua e, quando toccai la sua, gemetti. Strinsi le gambe attorno ai suoi fianchi, sollevando il bacino per sfregarmi contro il suo sesso duro come l’acciaio. Si spinse nuovamente contro di me, chiudendo gli occhi e ritraendosi lo stretto necessario per parlare, continuando però ad accarezzare le mie labbra con le sue mentre lo faceva, «Bella, se vuoi dirmi di smettere, fallo ora.» La sua voce era poco più di un sussurro e vi si percepiva chiaramente un misto di insicurezza e desiderio che mi infiammò il petto.
«Edward, l’unica cosa che voglio ora, è sentirti dentro di me.»
Aprì gli occhi, quasi sorpreso, e riprese a baciarmi. Si tirò indietro e, dopo avermi sfilato il perizoma si alzò, raggiungendo la sua borsa sul pavimento. La aprì senza staccare gli occhi dai miei neppure un istante, prese una scatola e ne tirò fuori il piccolo involucro di alluminio, tornando verso di me. Rimase in piedi accanto al letto, allora mi misi in ginocchio e, infilando i pollici sotto l’elastico ai suoi fianchi, gli feci scendere i boxer aderenti lungo le gambe, liberando finalmente il suo sesso. Wow! Era lungo, grosso e dritto, non esagerato, ma davvero notevole. Lo presi in mano, stringendolo alla base e prendendone la punta tra le labbra, leccando avidamente. Inspirò bruscamente e gemette, godendosi le carezze della mia lingua e delle labbra. Sentii il suo respiro accelerare e, quando mi mise una mano sulla guancia, mi staccai e rimasi a guardarlo mentre infilava il preservativo. Mi spostai al centro del letto chiudendo le gambe in un istante di pudore. Edward avanzò in ginocchio verso di me e appoggiò le mani sulle mie ginocchia, aprendole delicatamente. Quando fui a gambe aperte mi guardò e facendo scorrere le mani lungo l’interno coscia, bloccandomi il respiro. Nello sguardo gli lessi l’eccitazione di vedermi pronta per lui.
«Edward.»
Con il pollice accarezzò la mia apertura e scorse fin sul clitoride, provocandomi un brivido. Chiusi gli occhi un istante e sentii subito le sue labbra sulle mie, la sua lingua entrare ad accarezzare la mia. Mi spinse giù, sentii la sua erezione trovare il mio ingresso e farsi strada lentamente. Gli avvolsi le gambe attorno ai fianchi stringendolo a me e aprii gli occhi, provando il bisogno quasi fisico di guardarlo. Trattenne il respiro finché fu in fondo. Lo sentii così grosso, dentro di me, che mi sentii sul punto di rompermi, poi uscì lentamente e rientrò con una spinta che mi fece sfuggire un piccolo grido.
«Ancora.» sussurrai.
Prese il ritmo in lunghi affondi, facendomi provare sensazioni nuove e incredibili e portandomi velocemente in Paradiso. Con un’ultima stoccata profonda mi fece venire. Per non farmi sentire da tutto l’albergo, soffocai un grido mordendogli una spalla e conficcandogli le unghie nella schiena.
Imprecò e aumentò il ritmo, e quando il mio corpo smise di tremare sotto le sue spinte, buttò la testa indietro chiudendo gli occhi, poi affondò il viso nell’incavo tra il mio collo e la spalla, sussurrando il mio nome. Cercai subito le sue labbra, provando il desiderio di piangere per la perfezione di quel momento, di quello che c’era stato, di quello che avevo provato. Ci baciammo alternando baci lenti e dolci ad altri bruschi e possessivi finché, sentendo la sua nuova eccitazione, desiderai subito ricominciare.

***

Ero In ginocchio, Edward alle mie spalle mi stringeva con forza i fianchi mentre affondava bruscamente tra le mie cosce. Rallentò il ritmo, gli affondi divennero più lenti ma più profondi. Fece scorrere le mani sulla mia schiena, sfiorandomi appena e provocandomi un lungo brivido. Si piegò in avanti, il suo respiro mi accarezzò lieve la schiena, poi il collo, dove le sue labbra lasciarono piccoli baci. Sentii la sua mano spostarsi dal centro della mia schiena al collo e poi alla nuca, affondare tra i capelli e prenderne alcune ciocche nel pugno, che tirò verso di sé. La sua stretta era sensuale, gli affondi si fecero più scomposti, il respiro si spezzò, sentii che era vicino ma rallentò ancora. «Oh, Bella!»
«Sì, Edward, sì!» Anche io ero al limite, e lui mi tirò i capelli facendomi inarcare la schiena. I suoi affondi colpirono un punto nuovo dentro di me, sentii qualcosa tendersi a ogni colpo e poi, all’improvviso, esplodere. Mi dovetti mordere il labbro e affondare il viso nel cuscino per soffocare un grido. Gli affondi di Edward continuarono mentre i miei muscoli lo stringevano nell’abbraccio dell’orgasmo.
Quando finalmente smisi di tremare provai l’irresistibile bisogno di toccarlo e di guardarlo. «Edward…» sussurrai.
«Dimmi… piccola…» lasciò la presa sui miei capelli permettendomi di rilassare i muscoli.
«Lasciami… lasciami girare. Voglio stringerti. Voglio vederti.»
«Aspetta,» sussurrò, «ho un’idea migliore. Tirati su, lentamente.»
Non sapevo cosa volesse fare, ero troppo stravolta per ragionare o per capire qualcosa, e non mi mossi. Allora si abbassò, appoggiò il petto sulla mia schiena e, stringendomi con un braccio, si raddrizzò portandomi su con sé. Mi lasciai andare completamente con la schiena addosso al suo petto, la testa sulla spalla. Continuava a stringermi col braccio sinistro, appoggiando la mano sul seno e pizzicando il capezzolo tra le dita. La mano destra, invece, scivolò giù, sfiorandomi la pancia e fermandosi sul monte di venere. Continuando a muovere lentamente il bacino avanti e indietro, le sue dita si fecero strada tra le mie labbra, fermandosi sul clitoride. Sospirai e mugolai, in balìa di così tanti stimoli piacevoli da non capire più nulla. Sollevai una mano passandogliela tra i capelli, la strinsi a pugno afferrando alcune ciocche, mentre con l’altra gli stringevo un fianco.
«Apri gli occhi.» sussurrò al mio orecchio, accarezzandolo con la lingua e facendomi rabbrividire per l’ennesima volta.
Quando lo feci, vidi il nostro riflesso nell’enorme specchio che ricopriva l’armadio di fronte al letto. L’immagine di noi due era incredibilmente sensuale ed erotica. Rimasi incantata dall’osservare le sue dita torturare i miei punti più sensibili, la sua lingua scorrere sul mio collo e la sua bocca succhiare il lobo dell’orecchio. Lo strinse tra i denti, respirando affannosamente. Anche lui stava guardando il nostro riflesso, poi i suoi occhi incontrarono i miei. Mosse i fianchi tirandosi indietro e poi affondando in me. Mi torse un capezzolo aumentando la velocità con cui muoveva le dita sul mio clitoride. Non riuscii a staccare lo sguardo dal suo mentre l’ennesimo orgasmo mi travolse.
Si sfilò da me, mi fece sdraiare sulla schiena e mi prese ancora in un brusco affondo. Questa volta le sue spinte erano profonde e ravvicinate, quasi violente, e in poco tempo raggiunse l’orgasmo, sussurrando il mio nome.

***

Non appena mi svegliai, mi resi subito conto di essere sola: non sentivo la sua presenza, il suo calore. Aprii gli occhi e, trovando il posto accanto a me vuoto, ne ebbi la conferma. In quel momento la porta del bagno si aprì, e lui entrò in camera. Attorno ai fianchi portava un asciugamano, aveva i capelli umidi e, sul viso, un’espressione che non seppi decifrare. Sul collo vidi chiaramente il succhiotto che gli avevo fatto mentre mi fotteva la terza volta, quando cercavo di soffocare le urla di piacere contro la sua pelle.
Edward era serio e, quando mi vide, non accennò neppure un sorriso. Mi dedicò solo un’occhiata veloce, borbottò qualcosa sul fatto che dovevamo partire, altrimenti avremmo fatto tardi, poi mi voltò le spalle e si mise a frugare nelle sue sacche alla ricerca di chissà cosa. Rimasi delusa dal suo atteggiamento: ovviamente non mi aspettavo dichiarazioni d’amore o rose rosse, ma neanche di essere praticamente ignorata. Mi avvolsi nel lenzuolo e, rischiando di inciampare a ogni passo, mi fiondai sotto la doccia. Mi sfregai il corpo quasi con rabbia per eliminare il ricordo delle sue carezze, ma mi mancò l’aria quando, chiudendo gli occhi, rievocai la sensazione provata mentre seguiva con la lingua invisibili percorsi lungo il mio corpo. Perché si stava comportando così? Eppure, quella notte era stato diverso. Avevo sentito il suo desiderio per me, ed ero convinta che fossimo stati in sintonia, che tra noi ci fosse un’alchimia, un legame che andava oltre una normale scopata. O, una notte di sesso. Possibile che mi fossi immaginata tutto? O che la provassi solo io?
Due colpi alla porta mi fecero sobbalzare, «Tutto bene?»
«Sì, perché?» gli risposi con un tono di voce piuttosto acido.
Probabilmente se ne accorse, perché impiegò alcuni istanti prima di riprendere, «Non sentivo nessun movimento da un sacco di tempo.»
Sbuffai. «Sono una donna, mi è consentito metterci più di te per fare la doccia!» Ero entrata a tutti gli effetti in “modalità acida”.
Rimase in silenzio per un po’ e quando riparlò, la sua voce era incerta, «Mettici pure tutto il tempo che vuoi, vado a fare colazione.»
Annuii, cercando di ricacciare in gola un groppo che mi impediva di parlare.
Non sentendo risposta, Edward mi chiamò: «Bella? Ho detto che ti aspetto giù.»
Deglutii un’altra volta e sospirai cercando di buttare fuori la delusione e l’amarezza, «Ho capito, vai pure.» Non so come fece a sentirmi, perché usai un tono davvero flebile, ma fu tutto quello che riuscii a fare. Quando sentii chiudersi la porta scoppiai a piangere. Non capivo perché Edward mi stesse facendo quest’effetto: dopotutto, fino a quarantotto ore fa ci stavamo reciprocamente sulle scatole. Forse mi sentivo usata, ma non avrebbe avuto senso: io stavo con Riley. Nella mezz’ora che trascorsi da sola, vestendomi e preparando le mie cose, non mi sentii in colpa neppure un istante per averlo tradito. Anche se in quel momento Edward mi ignorava, la notte che mi aveva regalato era stata in assoluto la più bella della mia vita: non avevo mai provato nulla di simile, orgasmi così intensi da togliere il fiato. Mi sedetti sul letto ad abbracciare e annusare le lenzuola col profumo di Edward, lasciando scorrere liberamente le mie lacrime. In quella stanza, ancora pregna dell’odore del sesso spettacolare che avevamo fatto, avevo preso una decisione importante: avrei lasciato Riley. Non aveva senso continuare una storia a distanza con una persona con cui non sentivo nessun legame e che non mi sentivo neppure in colpa di aver tradito.
All’improvviso, la porta della stanza si spalancò ed entrò Edward. Aveva un’espressione scocciata, quasi arrabbiata, ma quando mi vide e capì che avevo pianto, si addolcì.
«Bella! Cosa c’è?» Si avvicinò a passo veloce e fece per sedersi accanto a me, ma io mi alzai velocemente asciugandomi le guance. Avrei tanto voluto che mi abbracciasse, ma non potevo permettergli di avere tutto questo potere su di me. Mi aveva scopata meravigliosamente durante la notte, e ignorata schifosamente al mattino. Non volevo che si riavvicinasse a me solo perché gli suscitavo compassione.
«Nulla di cui ti importi qualcosa. Andiamo?» mi buttai lo zaino su una spalla passandogli davanti a passo svelto. Presi dall’armadio il giubbotto e il resto delle cose e uscii dalla stanza senza più degnarlo di uno sguardo. Andai a fare colazione, sforzandomi di mangiare qualcosa anche se sentivo lo stomaco chiuso, ma non potevo rischiare di star male mentre ero in sella.
Quando uscii lo trovai appoggiato alla moto, intento a scrivere qualcosa sullo smartphone. Non si accorse subito di me e, mentre camminavo verso di lui, non riuscii a staccargli gli occhi di dosso. Era incredibilmente bello. Il ricordo del corpo celato sotto quei vestiti mi provocò l’ennesimo sfarfallio allo stomaco e, quando ripensai alla sensazione della sua pelle sotto le dita, inciampai nei miei stessi piedi. Recuperai l’equilibrio prima di cadere a terra, ma il mio “Cazzo!” ad alta voce gli fece alzare gli occhi. Mi persi nuovamente nel suo sguardo, proprio come avevo fatto decine di volte la notte precedente, quando avevo perso il conto degli orgasmi che mi aveva fatto provare con le sue spinte così profonde. Non riuscii ad avanzare ancora, eravamo solo a un paio di metri ma i miei piedi non avevano nessuna intenzione di muoversi: era già impegnativo cercare di respirare, non potevo anche obbligarmi a camminare.
Un violento fragore proveniente dall’interno dell’hotel interruppe la magia del nostro contatto visivo. Con un sospiro ripresi a camminare e, quando arrivai accanto a lui, indossai giubbotto, casco e guanti senza dire una sola parola. Rimase a guardarmi in silenzio come se aspettasse qualcosa, ma quando fui pronta e incrociai le braccia sul petto rimanendo a guardarlo, scosse la testa, si vestì e salì in sella. Mise in moto e presi posto dietro di lui, abbracciandolo. Riprendemmo il viaggio e per le due ore successive non mise mai la mano sopra la mia, non me la strinse nemmeno una volta. Quella piccola premura mi mancò in maniera incredibile.
Durante le soste di quella giornata scambiammo solo poche parole, il minimo indispensabile. Tra di noi c’era una tensione palpabile, avrei potuto tagliarla col coltello. Ormai, a furia di pensarci, non ero più delusa ma incazzata nera. Perché cavolo si comportava così con me? Doveva proprio ribadire con ogni sguardo e movimento quanto si fosse pentito di quello che c’era stato? Non poteva semplicemente far finta che non fosse successo nulla? Avevo una voglia folle di strozzarlo. E di baciarlo. No, meglio prima baciarlo e poi strozzarlo.
Mi era impossibile non pensare alla notte appena trascorsa. Mi tornarono in mente i discorsi di Jessica, ma quella notte eta stato tutto l’opposto: appassionato, attento e travolgente. Mi aveva guardata negli occhi, aveva guardato i nostri corpi uniti e, nel piacere, aveva mormorato il mio nome. Avevo perso il conto degli orgasmi che mi aveva provocato, ma ogni centimetro del mio corpo ricordava alla perfezione ogni carezza o bacio ricevuto.
Dopo l’ultima sosta del pomeriggio la sua guida si fece più rabbiosa: accelerate più potenti e frenate molto brusche. Sembrava anche più distratto.
Ormai mancava pochissimo per arrivare all’UCLA, appena una manciata di minuti. Il pensiero di rivedere Riley non mi faceva né caldo né freddo. Se c’era una cosa che ero impaziente di fare, era scendere da lì. Stringere Edward in quella maniera sapendo che per lui ero stata una semplice scopata o, peggio, che si era pentito di quello che era successo, era straziante. Avevo preso un’altra decisione importante: dopo aver lasciato Riley, avrei raggiunto l’aeroporto in taxi e sarei tornata in aereo: non avrei potuto sopportare altri due giorni così con Edward. E al diavolo i soldi, avrei mangiato pane e acqua per anni, ma pazienza.
Sobbalzai quando sentii la mano di Edward sulla mia, e istintivamente, lo strinsi. Invece di accelerare, come mi aspettavo, frenò bruscamente e, per non andargli addosso di peso, piantai la mano libera sul serbatoio. Dopo la brusca frenata sterzò a destra entrando nel parcheggio di un piccolo 7-Eleven, dribblò alcune auto in uscita e si fermò vicino a una piccola aiuola fiorita.
«Scendi.»
Non potevo aver capito bene, «Cosa?»
«Ho detto scendi.»
«Mi… Mi vuoi lasciare qui?»
«Cazzo! Scendi!»
Dopo un istante di esitazione scesi e iniziai a trafficare col cinturino del casco per sfilarlo. Non riuscivo a crederci! Eccheccazzo! Alla fine mi avrebbe davvero lasciata lì, da sola. Non c’entrava che avessi deciso di tornare in aereo, perché lui non lo sapeva. Era come se mi stesse lasciando lui e, visto quanto mi stava antipatico (sì, va beh, mi stava antipatico prima di scoparmi in quella maniera meravigliosa, ma questo era solo un dettaglio) non potevo permettere che accadesse. Dovevo essere io a lasciarlo. Io! Se solo quella maledetta cinghietta si fosse slacciata…
Due mani spostarono le mie, afferrando il cinturino. Alzai gli occhi e vidi Edward, con un’espressione indecifrabile sul viso e il labbro inferiore tra i denti. Era bellissimo. Cazzo! Era sempre bellissimo!
Si era tolto il casco.
Ma… come…? Non doveva andarsene? Perché era ancora qui?
Fece per sfilarmi il casco ma non riusciva a prendere la giusta angolazione e mi stava facendo male, così gli schiaffeggiai le mani per liberarmi della sua presa, «Che cavolo ti prende?» urlai sfilandomi quel maledettissimo casco, che Edward mi strappò di mano e poggiò con poca cura sulla sella della moto.
Poi mi baciò. Fu un bacio brusco, quasi violento, uno scontro di labbra, denti e lingua. Fu passione, fu sesso, fu dominio, lussuria. Appoggiò le mani sulle mie guance ma io tenni le mie lungo i fianchi, incapace di rendermi conto di cosa stesse realmente accadendo. Dopo alcuni istanti reagii e gli misi le braccia al collo. Infilai le mani tra i suoi capelli, quei spettacolari capelli perennemente spettinati, e lui gemette nelle mie labbra. Feci scivolare le mani sulle sue spalle ma quel dannato giubbotto pieno di imbottiture mi impedì di sentire il suo corpo così, senza rendermene conto, abbassai la lampo infilando le mani sotto al giubbotto, a toccargli il petto. Lo strinsi a me, e i nostri corpi combaciavano alla perfezione. Perdersi nel suo abbraccio, nel suo bacio, era fin troppo facile, istintivo, naturale. Dio! Quanto avrei voluto che quella non fosse l’ultima volta.
Quando si staccò lentamente da me avevamo entrambi il respiro affannato, e rimanemmo per alcuni minuti a scambiarci baci leggeri, a fior di labbra. Nessuno dei due voleva staccarsi dall’altro. Dopo un po’, sentii il bisogno di appoggiare il viso al suo petto e lui mi strinse così forte da farmi mancare il respiro.
«Non mi sono pentito di questa notte. Non potrei pentirmene, mai, perché è stata una notte stupenda. Averti, è stato stupendo. Quando mi sono svegliato, però, improvvisamente mi sono ricordato che tu non eri mia e che, anche se ti avevo avuta per una notte, eri di un altro. Mi sono ricordato che dopo poche ore saresti stata nel suo letto, che al posto mio ci sarebbe stato lui, e avrei tanto voluto poterlo evitare. Ma, allo stesso tempo, ho capito che non potevo fare niente. Mi ero preso l’impegno di portarti da lui e poi riportarti a casa, ed è quello che farò. Sono stato un idiota perché avrei dovuto dirti quello che provavo, quello che pensavo, invece sono stato zitto facendoti credere un mucchio di cazzate e facendoti stare male. E puoi stare tranquilla: non racconterò quello che abbiamo fatto, né a Riley né a nessun altro. Non ti farei mai una cosa simile.»
Aveva parlato di getto, senza quasi respirare.
Rimasi senza fiato alle sue parole, e non riuscii a parlare né a muovermi. L’unica cosa che riuscii a fare, fu baciarlo per l’ultima volta. Almeno ora sapevo che non si era pentito, e che per lui era stato bello come lo era stato per me. Quando ci staccammo annuii, non so neanche a cosa, e riprendemmo la strada.
Quando varcammo il cancello della UCLA, Edward si fermò nel primo parcheggio disponibile e io scesi, non sapendo come comportarmi. Ero ancora frastornata dai suoi baci e dal suo discorso e non sapevo come comportarmi con lui, cosa pensare, cosa dirgli. Non tolse il casco e non spense il motore: sembrava che non vedesse l’ora di andarsene. O, forse, non voleva correre il rischio di baciarmi un’altra volta proprio lì, dove Riley avrebbe potuto vederci.
«Chiama quando vuoi, quando sei pronta. Resterò qui in giro.»
Annuii. L’accordo era che mi fermassi fino al giorno seguente, ma Edward non sapeva che avevo deciso di lasciarlo e prendere l’aereo per tornare a casa. Ma dopo i suoi baci e il suo discorso, ero ancora di quell’idea? Mi sentivo così confusa…
Edward mi guardò a lungo prima di fare manovra e lasciarmi sola, e quando se ne andò, sentii un grande vuoto.
Feci un sospiro e mandai un messaggio a Riley, chiedendogli dove fosse e cosa stesse facendo. Nell’attesa della sua risposta, mi sedetti a un tavolo della caffetteria del campus. Non ero nervosa, non ero neppure impaziente di rivederlo. Volevo solo che tutto finisse in fretta.
La risposta di Riley arrivò dopo alcuni minuti:
Riley: Per oggi ho finito le lezioni, mi fermo alla caffetteria e poi mi metto a studiare.
Io: Ti va compagnia?
Riley: Certo! Mi raggiungi?
In quel momento, guardandomi attorno, lo vidi venire verso di me. Non mi aveva vista, aveva gli occhi incollati allo smartphone e sorrideva: pensava che stessi scherzando.
Io: Può darsi.
Quando lesse il messaggio si fermò, guardandosi attorno.
Io: Acqua
Riley: Cosa?
Io: Guarda dritto davanti a te
Alzò lo sguardo cercando nel mare di ragazzi davanti a sé, finché mi vide, e corse fino a raggiungermi. Ci abbracciammo tenendoci stretti. Non volevo baciarlo. Avevo ancora il sapore di Edward sulle labbra e non volevo confonderlo con quello di Riley. Per fortuna, sembrava che neanche lui volesse baciarmi, anche se sembrava felice di vedermi.
Scambiammo qualche frase di circostanza, mentre ci spostavamo in una zona più tranquilla del Campus, poi presi coraggio.
«Riley io… io vorrei parlarti. Ma non so da dove iniziare.»
Il suo sguardo si fece serio. «Inizia… dall’inizio. Mi devo preoccupare? C’è qualcosa che non va?»
Ci sedemmo su una panchina sotto un grande albero, feci un profondo sospiro e, guardando il suo sorriso gentile, mi feci coraggio: «Io… credo di non essere più innamorata di te. Non è colpa tua, non hai fatto nulla di sbagliato, ma sono io… Mi dispiace così tanto, ma non posso…» Ero talmente agitata che non riuscivo a dire una frase di senso compiuto. Tenevo gli occhi bassi guardandomi le mani che tenevo in grembo, torturando le dita.
«Hei.»
La voce di Riley era gentile, e alzai lo sguardo su di lui. «Scusami.» mormorai, dispiaciuta.
Lui invece aveva ancora quel sorriso rassicurante. «Bella, non preoccuparti. So cosa provi e non devi sentirti in colpa. Anche per me è la stessa cosa. Solo che non volevo dirtelo al telefono, e in questo momento non potevo tornare a Seattle per parlartene, così stavo tirando avanti. Grazie di aver fatto tutta questa strada solo per dirmelo, sei stata davvero in gamba.»
Lo guardai confusa: «Davvero è lo stesso anche per te? Anche tu volevi lasciarmi?»
Riley annuì, «Sì. Mi sono accorto che quello che provo per te è cambiato nelle ultime settimane.»
Mi asciugai le lacrime che scendevano lungo le guance e sorrisi, più leggera. Poi lo abbracciai, «Grazie Riley! Avevo così paura di farti soffrire! Sei un ragazzo speciale, lo sai, vero?»
Mi sorrise e ci abbracciammo stretti, poi lo salutai e corsi verso l’uscita del campus, con lo zaino che sbatteva sulla mia schiena.
Guardai l’orologio: era passata poco meno di un’ora da quando Edward se n’era andato. Mi mancava da morire. Ripensai alle sue parole di prima, al suo bacio, all’intensità del suo abbraccio. Non mi resi neanche conto di aver fatto il suo numero finché non sentii gli squilli. Lo lasciai suonare finché cadde la linea, poi riprovai e riprovai. Sapevo che poteva vedere quando riceveva delle chiamate, perché aveva un apposito borsello porta-tutto calamitato che si attaccava al serbatoio della moto, dotato di una finestrella trasparente in cui infilare il cellulare. Forse non mi voleva rispondere? Mi incamminai fuori dal campus e mi fermai in una caffetteria, provando a richiamarlo a intervalli regolari.

***

Edward POV

«Ehi, biker? È tuo questo?»
Non mi ero accorto che si era avvicinata una persona, ma al suono della voce che proveniva dalla mia destra, mi voltai. Una ragazza con indosso una minigonna inguinale e una maglietta non più grande di un fazzoletto mi guardava sorridente. Mi chiesi come facesse a non sbilanciarsi in avanti con quelle tette enormi.
«Scusa?»
Si era senz’altro accorta che le avevo guardato il davanzale, ma in quel momento non me ne fregava nulla.
«Ti ho chiesto se questo è tuo.» rispose con un sorriso che, probabilmente, avrebbe voluto essere seducente, ma in quel momento non mi sarebbe importato nulla neppure se fosse stata nuda.
Davanti alle tette teneva un borsello nero. Lo girò verso di me. In quel momento lo smartphone dietro la bustina trasparente si illuminò e comparve il bellissimo viso sorridente di Bella.
Ricordavo il momento in cui le avevo rubato quella foto, erano trascorse appena poche settimane da allora: avevo invitato tutto il nostro gruppo a trascorrere le vacanze primaverili in Messico, ospiti in una delle case della mia famiglia. Ero in camera mia e stavo smanettando sul telefono nuovo cercando di capire le funzioni della macchina fotografica. In quel momento lei entrò, convinta che fosse la sua stanza, che invece era quella accanto.
Un caso? Assolutamente no. Avevo fatto personalmente l’assegnazione delle stanze, guardandomi bene dal dire quale fosse la mia per non destare sospetti.
Quando mi vide e si rese conto dell’errore, scoppiò a ridere. Una risata bellissima, spontanea, squillante, così dolce da mozzarmi il respiro in gola. Senza rendermene conto inquadrai il suo bellissimo viso con la fotocamera e scattai ripetutamente. Lei era talmente imbarazzata che non si rese conto di nulla. Si scusò, con le guance infiammate dall’imbarazzo, e io cercai di farla rimanere lì il più a lungo possibile, «Buongiorno, posso aiutarti?»
Si portò una mano al petto, come se avesse preso uno spavento, «Oddio! Per fortuna non hai l’abitudine di girare nudo in camera tua.»
Non riuscii a resistere, adoravo metterla in imbarazzo, era così dolce! «Veramente, mi sono appena vestito, ma se vuoi…» portai la mano alla cintura degli short, slacciandola e facendole l’occhiolino. Lei avvampò ancora di più, iniziò a balbettare e io a ridere.
«Ehi? Biker?»
Il viso di Bella iniziò a ondeggiare a destra e sinistra, ridestandomi dai miei ricordi. Scattai in piedi e strappai il borsello di mano alla tettona, aprii la zip e portai il cellulare all’orecchio. «Pronto? Bella?»
Per alcuni istanti ci fu solo silenzio, poi sentii un singulto.
«Bella?»
«Edward? Sei tu?»
Bella sembrava sull’orlo del pianto, «Sono io! Cos’hai? Perché piangi?»
«E allora perché non rispondevi? Mi hai fatto morire di paura, idiota!»
Non riuscii a trattenere una risatina, tirai fuori una banconota dal portafoglio e la lasciai sul tavolo. Sentii addosso lo sguardo della ragazza, le mimai un “grazie” e uscii ignorando la sua espressione delusa. Volevo essere da solo mentre parlavo con Bella. «Davvero eri preoccupata per me?»
«Certo! Sono almeno venti minuti che provo a chiamarti, che cavolo stavi facendo?»
Venti minuti? Quanto tempo avevo passato in quel pub?
«Mi ero fermato in un pub ma avevo dimenticato il borsello sulla moto.»
«Ma sei pazzo? E se te lo avessero rubato, come avrei fatto a ritrovarti? Si può sapere dove avevi la testa?»
«Lì con te, Bella.» La risposta mi uscì senza che avessi il tempo di ragionare e trovare una scusa. Imprecando mentalmente mi morsi il labbro, chiedendomi perché cazzo non fossi dotato di un filtro tra cervello e bocca.
Dall’altro capo non ci fu nessuna risposta, solo alcuni secondi di silenzio. Chiusi gli occhi chiedendomi a cosa stesse pensando e, quando fui sul punto di chiederle se era ancora lì, sospirò, «Mi vieni a prendere?»
Non riuscii a trattenere un sorriso. Nella sua voce non c’era segno di tristezza, solo di impazienza. «Arrivo. Sei dove ti ho lasciata?»
«No, sono alla caffetteria che si trova appena fuori dal campus.»
«Ho capito. Arrivo.»
«Edward?»
«Sì?»
«Fai presto.»
Per tutta risposta premetti il tasto di accensione della moto, «Arrivo.» Ci misi un battito di ciglia a mettere lo smartphone nel borsello e a infilare il casco, poi partii in derapata lasciando una strisciata nera sull’asfalto del parcheggio.
Nei pochi minuti che mi separavano da lei, non potei fare a meno di pensare a quando l’avevo conosciuta. Mi erano bastati pochi giorni per rendermi conto di come si comportasse da dottor Jekyll in alcuni momenti e da mister Hyde in altri, e questo mi incuriosì, spingendomi a osservarla con più attenzione. Per un periodo pensai che soffrisse di sdoppiamento della personalità, poi capii: fingeva per integrarsi nel nostro gruppo. Fingeva di appartenere a una famiglia benestante, fingeva di essere ricca, snob e stronza. Fingeva che suo padre non fosse un semplice sceriffo di un piccolo paese ma un industriale di non so che tipo. Come facevo a sapere del vero lavoro di suo padre? Quando tornò a casa per le vacanze di Natale la seguii di nascosto fino a casa sua, in un buco di villaggio chiamato Forks, sperduto nella foresta.
Bella nascondeva l’ironia, la sagacia, la furbizia, l’intelligenza per lasciar posto alla superficialità, alla sufficienza, all’indifferenza. A volte, se si distraeva o se qualcosa la coinvolgeva particolarmente, non riusciva a mascherare la vera sé stessa che prendeva il sopravvento, anche se solo per poco. Mi ero accorto che quella Bella era divertente, dolce e gentile e non riuscivo a capire perché volesse cancellarla per poter appartenere a un gruppo di stronzi menefreghisti come il nostro. Non dissi mai a nessuno la mia scoperta, ma iniziai a stuzzicare Bella per cercare di vedere riapparire quella parte di lei che mi piaceva così tanto, che mi faceva battere il cuore più forte. Allo stesso tempo, mi incazzavo quando lasciava spazio alla finzione e la stuzzicavo in maniera più aggressiva: mi comportavo da stronzo, lo ammetto. Ma ero arrivato al punto in cui non facevo che pensare a lei. Bella mi era entrata dentro giorno dopo giorno, un po’ alla volta, così lasciai Jessica, con cui stavo da qualche mese. Scoprii che, in fondo, non ci importava nulla l’uno dell’altra. Ci eravamo messi insieme perché per molti saremmo stati la coppia perfetta, ma ben presto ci eravamo stufati di far parte di una recita che non aveva nessuno scopo di esistere.
E, soprattutto, io volevo Bella. La volevo tutta per me.
Eccola lì!
Ci misi solo una manciata di minuti a raggiungerla. Dopo averla lasciata nel parcheggio della UCLA, mi ero reso conto che andare in moto senza di lei non era la stessa cosa e mi ero fermato al primo pub che avevo trovato sulla strada.
Non feci in tempo a fermarmi che Bella era già accanto a me e, senza aspettare che spegnessi la moto o togliessi il casco, mi abbracciò. La strinsi forte a me, poi si staccò e mi alzò la visiera. Il suo sguardo sicuro e raggiante mi inchiodò a lei e trattenni il respiro in attesa di sentire le sue parole.
«L’ho lasciato.» Sorrideva, e io con lei.
Mi slacciai il casco e lo sfilai, ravvivandomi i capelli con una mano prima che lei mi prendesse per il colletto del giubbotto per tirarmi a sé. Ero ancora in sella, e dovetti puntellarmi sui piedi per non perdere l’equilibrio mentre si issava sulle punte per catturare le mie labbra in un bacio dolcissimo. La baciai stringendola tra le braccia, ma volevo di più. «Sali, andiamo via di qui.»
Bella annuì, infilò il casco, che naturalmente le allacciai io, e salì dietro di me. Mi abbracciò stretto con una mano appoggiando l’altra sulla mia coscia, talmente in alto da sfiorarmi l’uccello e farmelo venir duro. Appoggiai una mano sopra la sua e la strinsi forte, poi partii in derapata guardandomi alle spalle per non tagliare la strada a qualche automobile. «Dove vuoi andare?» Le chiesi appena ci fermammo a un semaforo.
Spostò la mano ancora più su, proprio sul cavallo dei jeans, e il mio corpo reagì all’istante. Sorrisi e in risposta accarezzai la sua gamba con studiata lentezza, e lei strinse le cosce attorno ai miei fianchi.
Cazzo.
Il ricordo della notte scorsa, quando eravamo nudi e persi l’uno nell’altra, mi provocò un brivido freddo lungo la schiena. Non vedevo l’ora di affondare ancora in lei: il mio Paradiso.
Come vidi la scritta “Albergo” seguita da cinque stelle svoltai nel parcheggio. Praticamente corremmo attraversando il parcheggio e la reception. Mentre svolgemmo le normali procedure per la nostra registrazione, continuavamo a baciarci e accarezzarci. Probabilmente non eravamo discreti come credevamo, perché la ragazza dietro il banco ci guardava senza riuscire a trattenere un sorrisino. Schiarendosi la voce, ci fece staccare da un bacio, «Non serve che aspettiate che io finisca le procedure di registrazione, potete ritirare i documenti e firmare i moduli in un altro momento.»
Annuimmo, probabilmente con lo stesso sorriso ebete stampato in faccia.
La receptionist ci allungò la tessera magnetica e ci augurò “Buon proseguimento!” mentre camminavamo verso l’ascensore a passo veloce. Non aspettai che le porte si chiudessero e mi buttai su di lei, spingendola contro la parete e premendo i fianchi contro i suoi per farle sentire quanto la desideravo. Non so come, riuscimmo ad arrivare alla nostra stanza e, appena chiusa la porta alle nostre spalle, buttammo a terra i bagagli. Ci spogliammo senza smettere di baciarci, seminando vestiti per tutta la stanza e in un attimo la feci mia. Questa volta era mia sul serio, o almeno fu quello che sperai. Ma mi rifiutai di pensarci in quel momento. Quello era solo il momento di amarla, di farle sentire quello che provavo per lei, di donarle me stesso.
Dopo averle regalato tre orgasmi, finalmente mi concessi di venire sussurrando il suo nome, poi mi accasciai esausto su di lei.
Rimanemmo in silenzio per un po’. Gli unici rumori nella stanza, erano i nostri respiri e i nostri cuori che rallentavano pian piano.
«E così, ora sei single eh?»
Bella annuì, e io mi voltai su un fianco per guardarla, «E… secondo il tuo codice morale, quanto dovresti rimanere sola, ora che hai appena chiuso una storia?»         
Uno scintillio le attraversò lo sguardo, «Intendi prima di mettermi con qualcun altro?»
Annuii.
«Uhm, credo finché non incontrerò qualcuno che mi faccia battere il cuore, e a cui io faccia lo stesso effetto. Io e Riley ci siamo lasciati di comune accordo, quindi non ho nessun obbligo.» sorrise maliziosa.
Fissai lo sguardo nel suo e abbassai il tono di voce, «E cosa deve fare un ragazzo per farti battere il cuore?»
Lei sorrise, timidamente impacciata, «Nulla. Non deve fare nulla. Non è per quello che un ragazzo fa, è per come lo fa, per com’è. Per quello che sento quando lui è vicino.»
«E cosa senti quando sei vicino a me?» In quel momento era il mio cuore a battere furioso nel petto, ed ero sicuro che lei lo sentisse.
Bella mi guardò prendendosi il labbro inferiore tra i denti e, quando parlò, la sua voce era poco più che un sussurro, «Mi fai battere forte il cuore.»
Le presi una mano e, senza smettere di guardarla negli occhi, me l’appoggiai sul petto, per farle sentire che per me era la stessa cosa. «Perfetto.»
Quando ci baciammo, finalmente sapevamo di appartenerci.

*




32 commenti:

  1. Mi è piaciuta tantissimo questa storia! E quando ho letto: «Lì con te, Bella.» ... mi sono sciolta!
    Perché non esiste un uomo come lui nella realtà? UFFF!
    Come già detto, questa storia mi è piaciuta tantissimo, è scritta molto bene e le situazioni si evolvono con tempi, secondo, me corretti. Brava! e grazie per aver condiviso la tua storia con noi!

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  2. Tenerissima anche questa!!!!
    Un' appassionata e romanticissima storia da ombrellone e sdraio in riva al mare!
    Un solo neo: le perle alla vaniglia che Edward mette nella vasca da bagno... Eh no!! Un macho ci versa un po' di bagnoschiuma al sandalo! Un biker con le perle alla vaniglia non s'e' mai visto!! Ahahhahahahahah!!!
    Comunque a parte gli scherzi schiumosi, bella storia, ben scritta, coerente.
    Brava!!

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  3. Bellissima storia! complimenti!

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  4. Scritta bene e molto carina. Grazie di aver partecipato.

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  5. Quanto mi piacciono le storie romantiche vecchio stile!!! Ed io ho adorato Edward da quando ha sorseggiato la birra e stampato il suo sorriso-marchio-di-fabbrica a Bella!!! Complimenti!!!
    Aleuname

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  6. Una bella storia, un lieto fine, romanticismo a gogò. Adoro i biker, forse perché lo sono anch'io.
    Brava l'autrice, attenta e precisa.
    JoTyler

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  7. Ma che bella questa storia!
    Arrivata quasi alla fine mi sono detta che mi mancava solo un Epov e me l'hai dato!grazie!
    Mi sono piaciuti molto questo due e le loro mani sulla moto ad intrecciarsi e cercarsi. E mi è piaciuto pure il distacco di Edward perché (purtroppo) è molto realistico ...ed è stato in quel momento che ho sentito il bisogno di capire cosa stava dietro al suo comportamento...
    brava e grazie all'autrice.

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  8. Storia molto carina. Amo molto i ragazzi sexy che guidano le moto e questo Edward mi ricorda tanto un ragazzo che conoscevo quando avevo diciassette anni. Manco a farlo apposta aveva gli occhi verdi ma era moro moro.
    La storia è ben scritta, anche se in alcuni punti i concetti si ripetono. Avevo pensato da subito che Edward sapesse il piccolo segreto di Bella e il suo punto di vista me lo ha confermato... ma è stato bravo a non tradirsi e a cogliere l'attimo giusto per far sua la ragazza di ci era innamorato da sempre.
    Brava e grazie...

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  9. Brava, una storia molto carina, fresca, romantica e divertente come una classica comedy americana. Edward biker ma in versione dolce e protettiva è davvero irresistibile! Ottimo svolgimento ben calibrato, adorabili e ben descritti i momenti di complicità sulla moto e il senso di libertà che prova chi viaggia in moto per la prima volta. Complimenti e grazie!

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  10. Storia romantica di cui apprezzo soprattutto il personaggio maschile. Edward ha saputo cogliere indizi della personalità di Bella che neppure il fidanzato aveva notato, si è dato la pena di cercare di comprendere le apparenti incongruenze dei suoi comportamenti, ma non è stato così rude da smascherare il bluff della ragazza per non ferire i suoi sentimenti ed esacerbarne le fragilità. Sceglie una soluzione soft nella speranza di aprirle gli occhi e farle capire che non deve vergognarsi di chi è veramente, anche se questo implica il rischio di soffrire nel caso in cui lei non “rinsavisca”. Per fortuna tutto è bene ciò che finisce bene e il prode Riley toglie le castagne dal fuoco a tutti.

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  11. Adorabile racconto che ho apprezzato soprattutto perche' scritto con una forma e dei termini confacenti all'eta' dei personaggi descritti. Sono ragazzi che ragionano da ragazzi e ogni parola ed emozione espressa lo confermano. Sono tornata adolescente...che bello.:). Edward dolcissimo e Bella pure...grazie!

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  12. Per una romanticona come me, non può che piacermi questa storia.
    Brutto... brutto risveglio ma poi è andato tutto come doveva andare.
    Grazie

    JB

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  13. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  14. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  15. Storia molto Bella....magari esistesse un Edward così.
    Mi sarebbe piaciuto sapere anche oltre dove ti hai scritto per la mia curiosità non per altro.
    Voto 2

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  16. Molto, molto carina!! Mi è piaciuta tantissimo, mi sono piaciuti i loro scambi e hai reso Edward molto hot. Ha ragione Francies, il linguaggio che hai usato è perfetto per loro e hai reso il dipanarsi della storia coinvolgente e stuzzicante. So che sei molto puntigliosa sui particolari ed è per questo che mi permetto di dirti che, se non ho compreso male, hai citato la Death Valley un paio di volte chiamandola Dead, così puoi correggere e te lo dice una che ha citato mille volte il Super Bowl chiamandolo Superball!
    Mi è piaciuto moltissimo il viaggio in moto con i particolari tipici di chi va su questo sexy mezzo, dimostrando di sapere di quel che parli.
    Bravissima!

    Sparv

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  17. A questa storia romantica, giovane e positiva il mio 3

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  18. Fantastica storia! Leggera, senza tanti drammi, hot. Una delle mie preferite in assoluto. Ben scritta e ben delineati i personaggi. Complimenti!

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  19. Mi è piaciuta tantissimo. Quando ho letto la sinossi, per un attimo, ho immaginato una storia un po' lenta invece hai saputo darle uno sviluppo perfetto e un ritmo coinvolgente. La descrizione della notte di passione è veramente bella e calda. Ovviamente il finale super romantico mi ha fatto emozionare. Una degna conclusione per una storia molto bella e ben scritta.
    Complimenti.

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  20. Storia ben scritta, belle descrizioni, romantica al punto giusto. Brava!!!

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